Polizza infortuni non mortali: sulla cumulabilità tra indennizzo e risarcimento del danno
Maria Cristina Ottavis
22 Agosto 2025
Il presente contenuto, nel riproporre le motivazioni espresse dalla giurisprudenza sull'applicazione dell'istituto della compensatio lucri cum damno in ambito assicurativo e l'elaborazione dottrinale che ne è seguita, intende offrire al lettore spunti di riflessione su un tema ancora oggi oggetto di difformi interpretazioni.
La regola della compensatio lucri cum damno nella giurisprudenza della Cassazione
L'istituto della compensatio lucri cum damno - regola per la quale non è possibile che la vittima del danno possa trarre un vantaggio economico dall'averlo subito – ancora oggi determina discussioni in ambito giuridico ed assicurativo.
La recente ordinanza n. 3429, emessa dalla Corte di Cassazione il 10 febbraio 2025, riaccende l'interesse sul tema della applicazione pratica della compensatio lucri cum damno nei rapporti tra il risarcimento del danno derivante da infortunio e l'indennizzo corrisposto dall'assicuratore privato, decretandone l'esclusione, anche nel caso di rinuncia alla surrogazione da parte dell'assicurazione.
Afferma il Supremo Collegio che, da un lato, “l'assicuratore contro gli infortuni non mortali non è tenuto al pagamento dell'indennizzo, fino alla concorrenza del risarcimento che l'assicurato ha ottenuto, per il medesimo fatto, dal terzo responsabile“ e dall'altro “la rinuncia dell'assicuratore alla surrogazione nei diritti del terzo che ha causato il danno oggetto di copertura assicurativa è un negozio abdicativo di un diritto proprio dell'assicuratore; tale rinuncia, pertanto, non fa risorgere il capo all'assicurato il credito risarcitorio nei confronti del terzo”.
Se ad una prima lettura, i principi che regolano la compensazione lucri cum damno paiono semplici, sul piano assicurativo emergono problematiche di carattere applicativo perché, in linea generale, il risarcimento deve mantenere la sua funzione compensativa senza determinare alcun arricchimento, nel diverso caso dell'assicurazione privata contro i danni, laddove si verifichi un illecito, si configurano due rapporti obbligatori distinti: quello tra il danneggiato e il danneggiante – chiamato a risarcire civilmente il danno sulle base della norme in materia di responsabilità civile – e quello tra lo stesso danneggiato e l'assicuratore – chiamato a rivalere l'assicurato del danno ad esso prodotto dal sinistro sulla base del contratto di assicurazione.
Dalla sussistenza di due rapporti obbligatori differenti sorgono problemi nella determinazione del quantum complessivamente dovuto al danneggiato.
Per meglio inquadrare la tematica è necessario ritornare al primo arresto giurisprudenziale in materia risalente alla sentenza n. 13233/2014 della Corte di Cassazione secondo cui, da un lato “una volta avveratosi il rischio, qualunque risarcimento pagato all'assicuratore dal terzo responsabile, andrà sempre a diffalco dell'indennizzo dovuto dall'assicuratore per lo stesso fatto, quale che ne fosse la misura” e dall'altro “la rinuncia alla surrogazione, da parte dell'assicuratore libera preventivamente il terzo responsabile, ma non retrocede all'assicurato il suo diritto di credito nei confronti del responsabile”.
Nel corso degli anni si sono succeduti altri interventi in argomento – tra cui nel 2018 le decisioni n. 12564, n. 12565, n. 12566 e n. 12567 della Corte di Cassazione a Sezioni Unite - che affermando il principio di diritto secondo il quale “il danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall'ammontare del danno risarcibile l'importo dell'indennità assicurativa derivante da assicurazioni contro i danni che il danneggiato - assicurato abbia riscosso in conseguenza del fatto” non hanno sgombrato il campo da perplessità e dubbi interpretativi, riconducibili al decisum della già citata sentenza della Corte di Cassazione n. 13233/2014 la quale, nell'ipotesi in cui il danneggiato che ha subito un danno sia anche titolare di una polizza infortuni non mortali, afferma che il riconoscimento di un indennizzo presuppone l'esistenza di un danno, ma se c'è già stato il risarcimento, il danno non esiste più ed allora il credito indennitario si estingue, e viceversa, dando così origine ad un diffalco di quanto percepito in forza di una polizza infortuni non mortali.
L'orientamento alternativo: il riconoscimento della funzione previdenziale della polizza infortuni
L'orientamento espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 13233/2014 non è stato esente da critiche in ambito dottrinale né ha trovato unanime condivisione da parte dei Tribunali.
Né è prova la sentenza innovativa n. 2894 del 11 aprile 2023 del Tribunale di Milano che ha escluso il diffalco dell'indennità assicurativa – dovuta in forza di polizza infortuni non mortali - dal risarcimento, non solo per il carattere previdenziale della stessa ma a fronte della rinuncia contrattuale alla surroga da parte della compagnia di assicurazione: detta rinuncia preventiva avrebbe efficacia dirimente circa le questioni sottese all'applicazione o meno del principio di compensatio lucri cum damno.
I due orientamenti possono essere così sintetizzati:
per il Supremo Collegio è sempre ammissibile la compensatio lucri cum damno della polizza infortuni con conseguente irrilevanza della rinuncia alla surroga da parte della Compagnia assicuratrice. Questo, in sintesi, il passaggio fondante della sentenza n. 13233/2014 che l'ordinanza 3429/2025 riprende tout court nella parte in cui ritiene che la rinuncia alla surroga da parte dell'assicuratore comporti si l'estinzione di quel diritto ma non la sua retrocessione al dante causa, che ne ha compiuto la rinuncia. Di conseguenza, la rinuncia dell'assicuratore nei diritti del terzo, che ha causato il danno oggetto di copertura assicurativa, è un negozio abdicativo di diritto proprio dell'assicuratore, e tale denuncia non fa sorgere, in capo all'assicurato, il credito risarcitorio nei confronti del terzo, e ciò perché l'assicurazione contro gli infortuni non mortali non rientra tra le assicurazioni sulla vita;
per il Tribunale di Milano la polizza infortuni non mortali non deve essere ricondotta sempre e necessariamente al contratto tipico di assicurazione del danno caratterizzato il principio indennitario. Il passaggio dirimente riguarda la circostanza che la polizza può rappresentare anche una causa previdenziale non diversa dalla polizza infortuni mortali. Il Tribunale di Milano affronta la questione se debba sempre tenersi conto dei vantaggi che la vittima abbia percepito in forza dell'indennizzo previsto dall'assicurazione infortuni, o se invece, contrariamente a quanto affermato dalla giurisprudenza in legittimità, si debba procedere al cumulo dell'indennità assicurativa del risarcimento del danno alla persona giungendo alla conclusione di negare l'applicazione della compensatio sulla base di una qualificazione in termini previdenziali della polizza operante nella fattispecie oggetto di giudizio.
Afferma il Tribunale di Milano che “la polizza infortuni stipulata dalle parti, prevedendo in concreto una rinuncia da parte dell'assicuratore al proprio diritto di surroga ex art. 1916 c.c., ha una finalità previdenziale e, quindi, assume in concreto una configurazione del tutto similare a quella delle assicurazioni sulla vita, rispetto alle quali deve escludersi l'operatività della compensatio lucri cum damno”.
La conclusione si basa, in primo luogo sulle modalità di liquidazione dell'indennità calcolata in percentuale rispetto ad un capitale assicurato convenzionalmente stabilito dalle parti e non in rapporto al valore oggettivo del bene leso dal sinistro e, in secondo luogo, proprio sulla rilevanza dell'esclusione pattizia del diritto di rivalsa in favore dell'assicuratore ex art. 1916 cod. civ.
Detta conclusione richiama la riflessione dottrinale che evidenzia l'assetto causale variabile della polizza infortuni, finalizzata alla compensazione di un danno per la quota di indennizzo, compresa entro il valore della lesione così da attuare un beneficio previdenziale di risparmio per quanto eccede tale limite, a favore di un soggetto che volontariamente stipula una garanzia assicurativa nel proprio interesse.
Pertanto, nell'evoluzione di tale ragionamento, si può affermare - qualora la misura della prestazione indennitaria sia determinata semplicemente in relazione al capitale assicurato, denotando quindi una sorta di indifferenza rispetto all'entità concreta della lesione, che potrebbe risultare anche superiore a quest'ultima - il carattere previdenziale dell'intera prestazione, senza distinguere tra una componente indennitaria risarcitoria e una puramente previdenziale.
Le ricadute proprio sul piano della compensatio lucri cum damno sono importanti, perché, allorché si riconosce una funzione previdenziale all'intera prestazione collaterale, questa potrà interamente cumularsi con il risarcimento, mentre, se ad una parte di essa si attribuisce una funzione risarcitoria, riconducendola quindi all'ambito di operatività del principio indennitario, l'obbligazione risarcitoria nascente da responsabilità, dovrebbe ridursi per l'ammontare corrispondente.
La portata innovativa della sentenza del Tribunale di Milano citata è ancora più evidente laddove la si confronta con l'approccio interpretativo proposto dall'ordinamento fin qui prevalente, e sostenuto da autorevoli decisioni giurisprudenziali, approccio che non tiene conto delle diverse funzioni perseguibili dell'autonomia privata nella concreta configurazione della polizza infortuni, optando per una qualificazione unicamente risarcitoria.
In tale prospettiva infatti, l'infortunio non mortale viene inteso quale evento causativo di un danno biologico e sovente anche patrimoniale, e la polizza assicurativa è considerata sempre come funzionale a reintegrare questo pregiudizio, modulandosi, analogamente all'assicurazione, contro i danni al patrimonio, con l'ovvia conseguenza di ritenere allora che l'indennizzo spettante, in virtù di una polizza di questo genere, è destinato, in ogni caso, ad interferire con la vicenda risarcitoria e determinandosi nell'applicazione della regola della compensatio una riduzione dell'importo dovuto dal responsabile pari a quanto versato dall'impresa di assicurazione.
Ma tale orientamento è censurabile – afferma anche il Tribunale di Milano nella citata sentenza – anche se si considera che, nell'aderire alla polizza, più che garantirsi l'automaticità della copertura degli eventuali danni derivanti dagli infortuni, l'assicurato ha convenzionalmente individuato una somma su cui avere la certezza di poter contare, nel malaugurato caso in cui si troverà a dover sopportare eventi traumatici invalidanti.
Poiché quindi l'operazione contrattuale pare connotarsi per una funzione autenticamente previdenziale, sarebbe errato far entrare il beneficio spettante all'assicurato, in un meccanismo di compensatio lucri cum damno.
Tale finalità, però, non sarebbe però potuta adeguatamente emergere, sulla base dell'orientamento prevalente che tout court l'assicurazione contro gli infortuni non mortali, a quelli contro i danni al patrimonio, pregiudicando quindi eccessivamente le ragioni della vittima.
La decisione del Tribunale di Milano non è rimasta isolata ma è stata seguita da altri Tribunali, tra i quali quello di Roma che, con la sentenza n. 13790/23, ha affermato che dal risarcimento del danno patito dall'agente, non vada scomputato l'indennizzo assicurativo già percepito, in presenza di due obbligazioni di pagamento differenti uno rinveniente dalla polizza infortuni e l'altro dal disposto dell'art. 2043 cod. civ., nel caso specifico da un danno provocato nella circolazione.
Interessante il ragionamento del Tribunale capitolino secondo il quale la polizza infortuni, pur non rientrando nei due generi assicurativi disciplinati dal codice, rispettivamente agli art. 1904 e ss. e agli art. 1919 e ss., tuttavia condivide, con l'assicurazione sulla vita, la stessa natura previdenziale, trovando tale contratto assicurativo ragione per cui articolato dalle parti attraverso la previsione della rinuncia alla rivalsa, nella precauzione di introdurre una forma di previdenza volta non tanto ad elidere il danno, ma a garantire all'assicurato una maggiore tranquillità economica al verificarsi di un evento avverso.
Analogamente, il Tribunale di Bologna, con la decisione n. 235/2024, nel riprendere il tema se dal risarcimento del danno liquidato debba essere scomputata la somma ricevuta dal danneggiato, e percepita dalla propria Compagnia di assicurazione, sulla base delle sentenze delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, per le quali, nel caso in cui il danno ed il vantaggio riposino su titoli differenti l'operatività del principio della compensatio dipende dalla ragione giustificatrice, cioè dalla funzione del beneficio collaterale che in conseguenza dell'illecito è entrato nel patrimonio del danneggiato, pertanto la compensatio opera quando la previdenza erogata al danneggiato neutralizza la medesima partita al cui integrale ristoro mira la disciplina della responsabilità risarcitoria del terzo autore del fatto illecito.
Viceversa, non può procedersi a suddetto scomputo, nel caso in cui il beneficio collaterale non mira a ritirare lo specifico pregiudizio cagionato dal responsabile, ma assolve ad una finalità diversa, la quale può essere quella previdenziale tipica dell'assicurazione sulla vita e della pensione di reversibilità.
Profili sistematici e criticità applicative: verso una nozione funzionale del contratto assicurativo
Altro punto cruciale della sentenza, riguarda il principio in forza del quale viene ribadita la validità della clausola della rinuncia alla rivalsa da parte dell'assicuratore, laddove la pronuncia afferma che le parti, prevedendo la preventiva rinuncia dell'assicuratore alla surroga, hanno inteso pattuire che in caso di infortunio imputabile alla responsabilità del terzo, l'assicurato potesse cumulare il risarcimento del danno, con l'indennizzo assicurativo, essendosi voluta escludere l'operatività della compensatio.
Sul punto la recente ordinanza della Corte di Cassazione n. 3419/2025 si richiama tout court alla sentenza già più volte citata n. 13233/2014, senza peraltro chiarire il principio del non cumulo.
Orbene, allorché viene inclusa una clausola con cui l'assicurazione rinuncia preventivamente al diritto di surroga, nei confronti di eventuali terzi responsabili, è evidente che le parti hanno legato l'indennizzo assicurativo ad un importo convenzionalmente stabilito seguendo un modello più affine all'assicurazione sulla vita, dove l'indennità è correlata al capitale investito, piuttosto che il tradizionale schema dell'assicurazione danni alle cose, dove per contro l'indennizzo è proporzionale al valore della resa assicurata ed anche il premio pagato dall'assicurato tiene conto della garanzia assicurativa sottoscritta.
È proprio l'esclusione convenzionale del diritto di surroga dell'assicuratore, a manifestare il reale intento perseguito dalle parti e a rafforzare il ragionamento svolto nella sentenza del Tribunale di Milano n. 2894/2023.
Infatti, l'inserimento di detta clausola, da un lato scongiura il rischio che il danneggiante non risponda delle proprie negligenze, e, dall'altro, evita un'ingiusta locupletazione del danneggiato in ossequio al principio indennitario.
L'inserimento di una simile clausola evidenzia dunque l'intenzione delle parti contraenti, di separare distintamente la questione del risarcimento di cui all'art. 2043 e ss. da quella dell'indennizzo, che, nel caso specifico, assume, quindi, un carattere definito dal Tribunale di Roma nella sentenza citata, “in qualche modo, consolatorio”, derivante dall'operatività della polizza assicurativa.
Ciò sta a significare che, quando le parti del contratto assicurativo hanno concordato la rinuncia preventiva dell'assicuratore, al diritto di surrogarsi, stabilendo che, in caso di infortunio, causato dalla responsabilità di un terzo, l'assicurato avrebbe potuto richiedere, sia il risarcimento del danno, sia l'indennizzo assicurativo, hanno – implicitamente - cumulato entrambe le forme di compensazione.
Di conseguenza, se la previsione di una rivalsa trasforma il duplice, ma separato rapporto bilaterale danneggiante – assicurato e assicuratore – assicurato in una relazione trilaterale, l'esclusione convenzionale del diritto di surroga, recide detta trilateralità, riportando la vicenda alla originaria doppia bilateralità.
La polizza infortuni stipulata dalle parti, prevedendo, in concreto ed in via preventiva, una rinuncia dell'assicuratore al proprio diritto di surroga ex art. 1916, ha una finalità previdenziale, e quindi assume in concreto una configurazione del tutto similare a quella sulle assicurazioni sulla vita rispetto alle quali la Suprema Corte esclude pacificamente l'operatività della compensatio. Laddove sia stata contrattualmente prevista la clausola di rinuncia alla rivalsa, l'unico soggetto che si troverebbe beneficiato dal contratto assicurativo, sarebbe, paradossalmente il danneggiante, il quale potrebbe non dover corrispondere alcun risarcimento ove il danneggiato abbia già percepito un'indennità dalla propria Compagnia assicurativa.
Si tratterebbe di una conclusione irragionevole che finirebbe col sacrificare sull'altare del principio indennitario, il preminente principio di responsabilità.
Viceversa, non può procedersi a suddetto scomputo, nel caso in cui il beneficio collaterale non miri a ritirare lo specifico pregiudizio cagionato dal responsabile, ma assolva ad una finalità diversa, la quale può essere quella previdenziale tipica dell'assicurazione sulla vita e della pensione di reversibilità.
Elemento dirimente nel compiere una siffatta valutazione, è la previsione legale della rivalsa, che, fungendo da meccanismo di raccordo tra il risarcimento del danno ed il beneficio collaterale, scongiura il rischio che il danneggiante non risponda delle proprie negligenze, e, al tempo stesso, evita un'ingiusta locupletazione del danneggiato in ossequio al principio indennitario.
Prosegue, sul punto il Tribunale di Bologna, affermando che la disciplina dell'assicurazione contro i danni è stata pensata dal legislatore con riguardo alle polizze contro i danni alle cose non per coperture contro pregiudizi alla persona.
Molte delle disposizioni codicistiche, infatti, contengono il riferimento alla specifica nozione di cosa assicurata e non già al più neutro concetto di bene assicurato.
Questa conclusione pare trovare un riscontro testuale nell'art. 1916, che, dopo aver previsto il diritto di surroga dell'assicuratore nei diritti dell'assicurato, verso il responsabile del danno, ha espressamente esteso tale previsione alle polizze contro gli infortuni sul lavoro e contro le disgrazie accidentali.
Se si ritenesse che le polizze infortuni, rientrino tout court nel genus delle assicurazioni contro i danni, la seguente estensione contenuta nell'art. 1916 c.c. apparirebbe una superfetazione del tutto priva di giustificazione. In pieno accordo con tali indicazioni appare l'affermazione - formulata dalla Cassazione nella pronuncia n. 13073/2023 - secondo cui “si è detto in vigenza dell'art. 15 che il danno non può dirsi in re ipsa (…) e questo è certamente da mantenere”. Si tratta di conclusioni che appaiono del tutto in linea con quanto risulta, più in generale, affermato dalla giurisprudenza di legittimità in materia di ristoro del danno non patrimoniale: campo in cui si riconosce che la ricorrenza dell'illecito non comporta, di per sé, la possibilità di addivenire alla tutela risarcitoria in assenza della dimostrazione che dallo stesso siano scaturite delle conseguenze dannose.
La questione – abitualmente affrontata dalla giurisprudenza attraverso la distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza – ha attinto, in tempi assai recenti, nuova linfa dalle argomentazioni che le Sezioni Unite hanno ritenuto necessario esprimere, con riguardo al sistema della responsabilità civile nel suo complesso, affrontando il nodo del risarcimento del danno da occupazione illegittima: terreno sul quale le conclusioni raggiunte, addivengono in ogni caso a confermare che la tutela risarcitoria non può scattare a fronte della mera violazione del diritto (Cass. civ. Sez. U. 15 novembre 2022, n. 33645). Violazione del diritto e danno vanno intesi, dunque, come concetti che non possono mai sovrapporsi.
Una netta cesura tra i due elementi emerge nel campo del trattamento dei dati personali, dove – ancor prima della violazione di un diritto – a essere accertata è la violazione di taluna delle regole comportamentali dettate nell'esercizio di una simile attività dalle norme del GDPR. Laddove ciò accada, si tratta poi di stabilire quale sia il diritto concretamente colpito in capo all'interessato, per verificare in seconda battuta se da tale lesione possa inferirsi un qualche effetto dannoso, di carattere patrimoniale o non patrimoniale, a carico dello stesso.
Quanto all'accertamento circa la ricorrenza di conseguenze pregiudizievoli, si tratta di interrogarsi – richiamando ancora una volta le conclusioni raggiunte dalle Sezioni Unite in materia di occupazione illegittima – se ci si possa riferire, in questo campo, alla sussistenza di un “danno presunto” o “danno normale”, la cui esistenza sia da ritenersi scontata al di là di una specifica prova fornita dalla vittima.
In conclusione
Alla luce di quanto riportato nel presente scritto, la questione appare tutt'altro che pacifica e l'orientamento espresso dal Supremo Collegio oggetto di fondate critiche che inducono a sollecitare un ripensamento in argomento così da pervenire alla corretta conclusione che l'autonomia contrattuale delle parti può neutralizzare la potenziale funzione indennitaria della polizza infortuni e operare il cumulo tra indennizzo e risarcimento mediante l'esclusione pattizia della rivalsa, debitamente remunerata.
Interpretazione che rispetta la causa concreta del contratto che, secondo una importante pronuncia della Corte di Cassazione, Sezione Unite - decisione 24 settembre 2018 n. 22437 – deve essere indagata essenzialmente sotto il profilo della liceità e dell'adeguatezza dell'assetto sinallagmatico rispetto agli interessi specifici perseguiti dalle parti.
Guida all'approfondimento
Cass. Civ. Sez. III, ord. 10 febbraio 2025 n. 3429
Cass. Civ. Sez. III, 11 giugno 2014 n. 13233;
Cass. Civ. Sez. III, 8 aprile 2021 n. 9380;
Cass. Civ. S.U. 24 settembre 2018 n. 22437;
Cass. Civ. Sez. III, 22 maggio 2018 n. 12565;
Tribunale Milano Sez. X, 11 aprile 2023 n. 2894;
Tribunale Roma Sez. XIII 29 settembre 2023 n. 13790;
Tribunale Bologna Sez. III 23 gennaio 2024 n. 235.
D. Spera, “Responsabilità civile e danno alla persona”, Giuffrè Francis Lefebvre, 2025, pagg. 474 e ss.
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Sommario
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Profili sistematici e criticità applicative: verso una nozione funzionale del contratto assicurativo