La liquidazione del danno da usura psico-fisica: un itinerario tra i diversi orientamenti giurisprudenziali

29 Agosto 2025

Il contributo analizza l'evoluzione della giurisprudenza italiana in materia di stress lavorativo e danno da usura psico-fisica, con particolare riferimento alla responsabilità datoriale ex art. 2087 c.c. per assetti organizzativi inadeguati e nocivi, esaminando tre recenti pronunce – Tribunale di Napoli (4811/2025), Tribunale di Milano (663/2025) e Corte di cassazione (Cass. 20249/2025) – che, con approcci differenti, contribuiscono a definire i confini della cosiddetta “colpa organizzativa” e la liquidazione del danno.  

L'organizzazione lavorativa come causa di stress: il nuovo orizzonte della giurisprudenza del lavoro

Un trittico di sentenze recentemente pubblicate conferma un orientamento ormai cristallizzato nella giurisprudenza del lavoro italiana, che da alcuni anni ha posto al centro della propria riflessione l'organizzazione lavorativa, intesa -per riprendere le parole di un grande filosofo del diritto- quale apparato tecnico-economico, capace di “perseguire indefiniti scopi e di disporre di idonei mezzi”(cfr. N. Irti, Sguardi nel sottosuolo, Milano, La nave di Teseo, 2025, p. 258). Nell'oggettiva e razionale artificialità del sistema lavorativo, “il lavoratore è un tecnico, chiamato a svolgere una specifica funzione…all'interno di un tutto, di un elemento, oggettivo e impersonale, che raccordandosi con altri secondo un criterio dato, mira a uno scopo unitario(Irti, Sguardi nel sottosuolo, cit., p. 257). La “razionalità automatica dell'apparato” e l'”impersonalità dei rapporti” sono i due lati del medesimo fenomeno, tanto che “ogni infortunio sul lavoro viene ricondotto a un difetto costruttivo o ad un errato funzionamento della macchina (Irti, Sguardi nel sottosuolo, cit., p. 259).

In questa cornice di pensiero, come accennato, il diritto vivente ha messo al centro del proprio scrutinio l'ambiente di lavoro, riguardato nella sua dimensione organizzativa: esso, più precisamente, è un complesso sistema di relazioni ed interazioni sistemiche in cui si intersecano, si confrontano, si fondono e -spesso- si scontrano i fattori produttivi, che si tramutano in “fattori di rischio” per la salute. Ecco l'emergere di un orientamento ormai consolidato nella giurisprudenza italiana, secondo cui l'applicazione dell'art. 2087 c.c. comporta una “prospettiva di progressiva rilevanza della dimensione organizzativa quale fattore di rischio per la salute dei lavoratori”, essendo prioritaria “l'obbligazione di sicurezza gravante sul datore di lavoro, che consente di configurare la responsabilità datoriale a fronte di un mero inadempimento -imputabile anche solo per colpa- che si ponga in nesso causale con un danno alla salute, secondo le regole generali sugli obblighi risarcitori conseguenti a responsabilità contrattuale(cfr. Cass. sez. lav., 15 novembre 2022, n. 33639, par. 2.3.4).

Diretto corollario di questa nuova impostazione è l'affiorare, nella giurisprudenza sia di legittimità che di merito, della responsabilità datoriale per l'ambiente di lavoro nocivo e stressogeno, che si sostanziata nell' “inadempimento datoriale ad obblighi di appropriatezza nella gestione del personale, già rilevante ai sensi dell'art. 2087 c.c.”, fino a ricomprendervi “tutti i comportamenti, anche in sé non illegittimi, ma tali da poter indurre disagi o stress, che si manifestino isolatamente o invece si connettano ad altri comportamenti inadempienti, contribuendo ad inasprirne gli effetti e la gravità del pregiudizio per la personalità e la salute latamente intesi(cfr., ex multis, Cass. 7 giugno 2024, n. 15957, cit.; Cass., 7 febbraio 2023, n. 3692; Cass. 30 novembre 2022, n. 35253).    

In termini concreti, la giurisprudenza si è frequentemente confrontata con disfunzioni riconducibili all'organizzazione del lavoro, le quali costituiscono, in ultima analisi, oggettive e misurabili manifestazioni di un ambiente lavorativo nocivo e stressogeno. Tali disfunzioni si presentano come esiti di uno squilibrio tra organizzazione e prestazione lavorativa, sul piano quantitativo (sovraccarico di lavoro, usura psico-fisica), qualitativo (inidoneità dell'ambiente di lavoro, inadeguatezza delle mansioni, difficoltà nella conciliazione dei tempi di vita e lavoro) o relazionale (condotte vessatorie, discriminazioni, molestie e violenze).

Siamo di fronte a quella che in dottrina è stata definita la “polifunzionalità” della nozione di stress lavorativo, unitaria categoria giuridica ritenuta idonea a ricomprendere tutte le disfunzioni organizzative dell'ambiente di lavoro (cfr. C. Di Carluccio, Il datore di lavoro non risponde solo di mobbing! Ambiente di lavoro «stressogeno», danni alla salute del lavoratore e Responsabilità ex art. 2087 c.c., RIDL, 2/2024, p. 256 e ss.).Nozione che, tra l'altro, ha un puntuale referente normativo nello “stress lavoro-correlato”, codificato dal legislatore nell'art. 28, d.lgs. n. 81/2008(seguendo l'indicazione delle parti sociali europee contenuta nell'Accordo Quadro Europeo dell'8 ottobre 2004), il quale impone al datore di lavoro l'obbligo di valutare preventivamente anche tale rischio nell'ambito della più ampia valutazione dei rischi aziendali.   

In questa cornice teorica e giurisprudenziale, le tre pronunce in commento rappresentano quindi esemplificazioni emblematiche delle disfunzioni organizzative riconducibili alla specifica dimensione quantitativa della prestazione di lavoro.

Quando bastano sette mesi: la “colpa organizzativa” nella pronuncia del tribunale di Napoli

Partiamo dalla sentenza n. 4811 del 16 giugno 2025, con cui il Tribunale di Napoli si inserisce in modo autorevole nell'evoluzione giurisprudenziale in tema di responsabilità datoriale da stress lavorativo, segnando un'importante apertura interpretativa: il riconoscimento della risarcibilità del danno da usura psico-fisica anche in presenza di un rapporto di lavoro di durata molto limitata. Il caso riguardava infatti una guardia giurata impiegata per soli sette mesi in condizioni lavorative estreme, gravemente lesive della salute e della dignità personale.

Il giudice partenopeo ha collocato la condotta datoriale nell'alveo dell'illecito contrattuale ex art. 2087 c.c., valorizzando l'esposizione ad un ambiente di lavoro disfunzionale e stressogeno, inteso come espressione di un assetto organizzativo inadeguato, che rappresenta in sé una fonte di rischio per la salute del lavoratore, a prescindere dalla natura volontaria della prestazione o dalla prova di una patologia certificata.

Elemento qualificante della decisione è l'affermazione, netta e argomentata, del principio per cui il danno da usura psico-fisica può configurarsi in re ipsa (cfr. ex multis, Cass. 21 luglio 2023, n. 21934; Cass. 15 luglio 2019, n. 18884; Cass. 4 agosto 2015, n. 16665; Cass. 25 ottobre 2013, n. 24180; nel merito, Trib. Padova, 8 marzo 2024, n. 171, in Dejure), non richiedendo accertamenti clinici né la prova dell'insorgenza di uno specifico disturbo, in quanto ontologicamente distinto dal danno biologico, poiché “mentre per quest'ultimo è necessaria la prova di una specifica patologia medicalmente accertabile, il danno da usura si configura come conseguenza normale del superamento significativo e continuativo dei limiti orari, in quanto lesione costituzionalmente garantito al riposo e alla salute (per l'autonomia concettuale del danno da usura psico-fisica rispetto al danno biologico, si veda anche Cass., 14 luglio 2015, n. 14710).

È sufficiente, pertanto, la semplice dimostrazione oggettiva di un'organizzazione del lavoro strutturalmente inidonea a garantire il rispetto dei diritti fondamentali al riposo, alla salute e alla vita privata, che si sostanzia in concreto nella dimostrazione di turni eccedenti, della loro durata e dell'entità dello sforamento rispetti ai limiti legali e contrattuali. Nello specifico, il lavoratore era stato sottoposto a turni fino a 13-14 ore giornaliere, privato sistematicamente del riposo settimanale e costantemente esposto a una turnazione imprevedibile, comunicata anche poche ore prima dell'inizio del servizio.

Questo approccio si inserisce in una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2087 c.c., alla luce in particolare dell'art. 36 Cost., che attribuisce al datore un dovere di protezione assoluto, insuscettibile di essere derogato o neutralizzato dalla volontà individuale del lavoratore. Si supera così definitivamente la logica del “volenti non fit iniuria”, ancora talvolta evocata in una giurisprudenza minoritaria (cfr. Cass. 2 settembre 2015, n. 17438), a favore della centralità dell'obbligo di sicurezza come presidio indisponibile a tutela dell'integrità psicofisica del prestatore di lavoro (cfr. Cass., 10 maggio 2019, n. 12538).

La pronuncia è altresì significativa per il modo in cui fonda la responsabilità datoriale sulla colpa organizzativa, anziché sulla condotta individuale del datore o dei suoi preposti. L'iperlavoro sistematico, la negazione del riposo, la compressione dei tempi di vita privata, l'assenza di un'organizzazione turnistica stabile e prevedibile sono stati sostanzialmente ricondotti a un deficit strutturale del modello organizzativo aziendale, non emendabile con la mera corresponsione dello straordinario.

Si tratta di un passaggio culturale decisivo, che consolida un paradigma sistemico e oggettivo della responsabilità exart. 2087 c.c., in linea con i citati arresti della Cassazione (Cass. 7 giugno 2024, n. 15957, cit; Cass. 7 febbraio 2023, n. 3692; Cass. 15 novembre 2022, n. 33639, cit.;).

Se l'accertamento della responsabilità si segnala per rigore e coerenza, meno convincente appare la determinazione del quantum risarcitorio, limitata all'esigua somma di 1.549 euro. Il giudice ha applicato un criterio equitativo ancorato al 30% delle ore straordinarie eccedenti la soglia mensile massima, secondo un metodo già utilizzato in precedenti sentenze del medesimo Tribunale (cfr. Trib. Napoli, 14 novembre 2024, n. 7748).

Tuttavia, tale approccio rischia di non cogliere la dimensione esistenziale e non patrimoniale del danno subito, riducendo la lesione a una mera proiezione economica dell'overtime. In direzione diversa si è mossa, come vedremo ora, la giurisprudenza milanese, che ha utilizzato le Tabelle milanesi del danno non patrimoniale, valorizzando la sofferenza soggettiva e l'incidenza dell'ambiente di lavoro sulla sfera personale del lavoratore.

L'orientamento milanese: il danno risarcibile tra protezione europea della persona e superamento del criterio reddituale

La pronuncia del Tribunale di Milano dell'11 aprile 2025, n. 663, pur rifacendosi alla stessa matrice interpretativa adottata dal giudice napoletano in materia rapporti tra organizzazione e stress lavorativo, si differenzia radicalmente all'atto della liquidazione del compendio risarcitorio.

Da un lato, infatti, la sentenza milanese rafforza l'iter argomentativo con un pregevole riferimento alla disciplina sovranazionale di derivazione eurounitaria, e in particolare al considerando della Direttiva 93/104/Ce del 23 novembre 1993 (“concernente taluni aspetti dell'organizzazione dell'orario di lavoro”), secondo cui “le modalità di lavoro possono avere ripercussioni negative sulla sicurezza e la salute dei lavoratori; che l'organizzazione del lavoro secondo un certo ritmo deve tener conto del principio generale dell'adeguamento del lavoro all'essere umano”. Riferimento che rivela un'impostazione “human rights oriented”, laddove si menziona uno dei pilastri del diritto sociale europeo enunciato nel titolo IV (“solidarietà”) della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, ovvero l'art. 31 (rubricato condizioni di lavoro giuste ed eque), che riconosce ad ogni lavoratore “il diritto a una limitazione della durata massima del lavoro, a periodi di riposo giornalieri e settimanali e a ferie annuali retribuite”.

Diretto corollario di questa impostazione è la netta affermazione della inderogabilità delle disposizioni volte a sancire la durata massima della prestazione lavorativa, che hanno natura di norme imperative, come tali non disponibili per mera volontà delle parti, “con conseguente irrilevanza della manifestazione di volontà dei singoli dipendenti al superamento dell'orario massimo prescritto”.         

Allo stesso modo rispetto alla pronuncia precedentemente commentata, il tribunale milanese ritiene presunto in re ipsa il danno da usura psico-fisica, in presenza di “un costante abuso del ricorso al lavoro straordinario”. Ciò, considerando non solo l'orientamento di legittimità prevalente in materia (cfr. Cass. 14 luglio 2015, n. 14710, cit.; Cass. 23 maggio 2014, n. 11581, cit.), ma anche la normativa interna (art. 1 d.lgs. 8 aprile 2003, n. 66) ed europea (la già citata Direttiva 93/104/Ce), che rappresentano il recepimento, nel mondo del diritto, delle evidenze scientifiche -sviluppate in ambito medico e sociologico- rispetto alla sussistenza di un diretto nesso causale tra salute e durata massima della prestazione lavorativa. 

Dall'altro lato, come detto, la sentenza si distanzia dalla pronuncia del tribunale partenopeo, dando vita ad una liquidazione “ambrosiana” del danno da usura psico-fisica. Richiamando un altro precedente in materia (Trib. Milano, 25 giugno 2024, n. 3191), il giudice sceglie di far riferimento alla voce individuata dalle Tabelle di Milano per il danno da inabilità temporanea, utilizzando la sola componente morale del danno (pari a 27,00 euro). Si tratta -come è dato leggere nel disposto motivazionale- di un criterio che presenta l'evidente pregio di ancorare la liquidazione del danno a un parametro “standard” oggettivo, svincolato dal dato reddituale del danneggiato, così da evitare ingiustificate disparità risarcitorie fondate su elementi economici soggettivi, non pertinenti rispetto alla natura del pregiudizio in esame. La quantificazione della sofferenza soggettiva su base giornaliera appare, inoltre, adeguatamente rappresentativa delle conseguenze normalmente derivanti da una condizione di sovraccarico lavorativo, consentendo di prescindere dalla prova – nella specie mancante – di un danno biologico ulteriore e distinto.

Sul piano tecnico-operativo, la liquidazione si articola nei seguenti passaggi:  

  1. accertamento del dato non contestato relativo al numero complessivo di ore di lavoro straordinario effettivamente svolte dal lavoratore in ogni singolo anno di riferimento;
  2. detrazione, da tale monte ore, del limite massimo di ore straordinarie annualmente consentito;  
  3. determinazione del numero di giornate lavorative eccedenti, sulla base di un orario di lavoro ordinario giornaliero pari a 8 ore, da moltiplicarsi per l'importo fisso individuato a titolo di componente base del danno morale (€ 27,00 per ciascuna giornata)

In sintesi, la sentenza milanese valorizza una prospettiva soggettiva di tutela dei diritti dei lavoratori, ispirata ai principi del diritto sociale europeo, che impongono il rispetto di limiti inderogabili all'orario di lavoro in funzione della salute psico-fisica della persona. A tale impostazione si correla un criterio risarcitorio innovativo – ancorato alla sofferenza soggettiva giornaliera e svincolato dal dato reddituale – che consente di parlare di un vero e proprio “orientamento milanese” in tema di danno da usura lavorativa.

Danno da usura psico-fisica: la cassazione esclude l'automatismo risarcitorio ma ammette la prova per presunzioni

Il nostro percorso ermeneutico si conclude dinanzi alla Corte di cassazione, con l'ordinanza n. 20249 del 19 luglio 2025, che affronta il tema della reiterata violazione del diritto alla pausa giornaliera di almeno dieci minuti, sancito dall'art. 8, d.lgs. 8 aprile 2003, n. 66.

Nel caso esaminato, un gruppo di dipendenti di un'Azienda Regionale per l'Emergenza Sanitaria – 118 – aveva domandato il risarcimento del danno da usura psico-fisica, allegando il mancato godimento, protrattosi per oltre un decennio, della pausa di lavoro prevista dalla normativa sull'orario.

La motivazione, seppur contenuta, conferma la condanna pronunciata in appello, rilevando che in quella sede fosse stato dimostrato l'“an” della lesione, e qualificando la violazione datoriale come di “intensità superiore a quanto comunemente accettabile”. I giudici di legittimità affermano che una condotta datoriale di tale gravità e durata è idonea, in via presuntiva, a determinare un “pregiudizio significativo”.

Tuttavia, la Corte chiarisce che non si tratta di ammettere la configurabilità automatica del danno da usura psico-fisica – secondo la teoria del danno-evento– bensì di riconoscere che una violazione di peculiare intensità può fondare, in presenza di adeguate allegazioni, un accertamento presuntivo della conseguenza pregiudizievole. La prova può dunque essere fornita anche mediante presunzioni semplici, ma resta fermo l'onere, in capo al lavoratore, di dedurre e provare – ancorché in via indiziaria – l'esistenza del danno.

Nonostante l'apertura alla prova presuntiva, l'ordinanza si colloca nel solco di un orientamento giurisprudenziale meno recente, che si discosta dall'impostazione affermatasi negli ultimi anni in materia di iperlavoro e stress da disfunzioni organizzative, negando la configurabilità in re ipsa del danno da usura psico-fisica (cfr. Cass. 28 marzo 2017, n. 7921; Cass. 23 maggio 2014, n. 11581; Cass. 10 febbraio 2014, n. 2886; Cass. 15 maggio 2013, n. 11727; Cass. 28 giugno 2011, n. 14288; Cass. 3 luglio 2001, n. 9009). Di contro, la giurisprudenza più recente ha ammesso l'automatica risarcibilità del danno in presenza di violazioni sistemiche dei diritti fondamentali relativi alla durata massima della giornata lavorativa, alle ferie, al riposo e alle pause di lavoro (Cass. 21 luglio 2023, n. 21934; Cass. 15 luglio 2019, n. 18884; Cass. 1° dicembre 2016, n. 24563; Cass. 4 agosto 2015, n. 16665; Cass. 25 ottobre 2013, n. 24180).

Conclusioni

Torniamo all'inizio di questo contributo, aperto con l'immagine distopica di un algido apparato tecno-economico, razionale ed automatico, in cui il lavoratore è mera funzione, ingranaggio tra gli ingranaggi. È il “soprasuolo” del nuovo millennio, dove la tecnica -intesa come illimitata volontà di potenza- domina incontrastata la realtà, alleata con l'altrettanto illimitata volontà di profitto, ovvero l'economia, il cui prodotto è una normatività di natura puramente esecutiva. Non c'è spazio per l'essere umano, né per la natura, relegati in un “sottosuolo” che rimanda ai primordi della cristianità, dove l'individuo si ingegna nel predisporre strumenti di tutela che pongono al centro la persona (e più di recente anche il mondo animale), intesa nel suo irriducibile ed essenziale contenuto di dignità. Due dimensioni, due mondi, due diritti: è un contrasto apparentemente irriducibile tra soprasuolo e sottosuolo, tra oggettività e soggettività, tra tecnicità e umanità, tra economia e persona, tra funzionalità e dignità. È questa la drammatica foto che traspare dalle acute riflessioni irtiane.

Si tratta di un'immagine “tellurica”, che certamente coglie nel segno e spiega le angosce di quest'epoca oscura, oscillante tra ricorrenti crisi ed echi di nuovi, terribili conflitti.

Proviamo però a cambiare prospettiva, osservando la realtà dalla prospettiva del navigante.

Quelle che vediamo agitarsi sotto la superficie oceanica sono le dinamiche correnti del diritto vivente, impegnate a condurre in porti sicuri i naufraghi minacciati dai flutti della tecno-economia. Fuor di metafora, l'attuale giurisprudenza del lavoro, nell'introdurre un nuovo lessico e un nuovo modo di giudicare, cerca di apprestare alla smarrita generazione contemporanea gli strumenti per affermare l'imperio della dignità, normativamente tradotta nell'assoluto divieto di violare “i limiti imposti dal rispetto della persona umana(art. 32, comma 2 Cost.) e nella solenne dichiarazione secondo cui “il miglioramento della sicurezza, dell'igiene e della salute dei lavoratori durante il lavoro rappresenta un obiettivo che non può dipendere da considerazioni di carattere puramente economico (cfr. considerando Dir. 93/104/Ce).

È una contesa titanica, dal destino ancora sospeso, in cui nulla è scritto e tutto resta possibile: è l’incessante “lotta per il diritto”, inteso come argine ultimo alla sopraffazione della tecnica e dell’economia sulla dignità umana.

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