Legge - 22/04/1941 - n. 633 art. 135

Nicola Rumine

 

Il fallimento dell'editore non determina la risoluzione del contratto di edizione.

Il contratto di edizione è tuttavia risolto se il curatore, entro un anno dalla dichiarazione del fallimento, non continua l'esercizio dell'azienda editoriale o non la cede ad un altro editore nelle condizioni indicate nell'art. 132  1.

[1] L'articolo 1, comma 1, del D.Lgs. 1° dicembre 2009, n. 179, ha dichiarato indispensabile la permanenza in vigore del presente articolo.

Inquadramento

La definizione del contratto in commento è offerta dall'art. 118 l. n. 633/1941 (c.d. legge sul diritto d'autore), che lo descrive come il contratto mediante il quale l'autore, a fronte del pagamento di un corrispettivo, concede all'editore il diritto di pubblicare per le stampe l'opera dell'ingegno del primo. Nella prassi è peraltro diffusa la clausola per la quale l'autore è tenuto a partecipare alle spese di pubblicazione.

Il contratto di edizione costituisce dunque il punto di incontro tra l'interesse dell'editore ad acquisire un titolo per sfruttare economicamente l'opera e l'interesse dell'autore a vedere l'opera stampata e distribuita sul mercato a spese dell'altra parte (Bertani, 1).

In giurisprudenza è affermazione costante, quanto alla causa del contratto in commento, checon il contratto di edizione il titolare del diritto di pubblicazione a mezzo stampa concede ad un editore l'esercizio del diritto a pubblicare l'opera, verso la corresponsione di un compenso e per un tempo determinato, obbligandosi dal canto suo l'editore a pubblicare e diffondere l'opera. Anche ove si tratti di un'opera ancora da realizzare (art. 120 l.a.), elemento caratterizzante la causa del contratto di edizione è dunque la finalità di pubblicazione a stampa dell'opera tradotta, a carico ed a rischio dell'editore, finalità rientrante nel sinallagma negoziale e che costituisce il reale e concreto interesse che l'editore intende perseguire nel suo progetto imprenditoriale (ad esempio, ad ultimo, Trib. Milano XIV, n. 2063/2020).

L'antecedente logico della circolazione del diritto d'autore si rinviene nell'art. 2581 c.c., secondo cui i diritti di utilizzazione delle opere d'ingegno letterarie e artistiche sono trasferibili.

La norma si contrappone peraltro all'art. 2577, comma 2 c.c., per cui sono intrasferibili i diritti morali relativi all'opera stessa. Pertanto l'autore può sempre rivendicare la paternità dell'opera, oltre ad avere la facoltà di opporsi alla deformazione o modificazione della stessa, laddove da tale attività derivi, per l'autore stesso, un pregiudizio all'onore o alla reputazione.

Infatti, come è stato variamente evidenziato, il trasferimento del diritto d'autore non attiene alle prerogative morali proprie dell'autore, che sono personali, intrasmissibili e delle quali lo stesso resta titolare, ma al profilo economico (Fabiani, 165).

È poi necessario che l'oggetto del contratto di edizione sia qualificabile come opera dell'ingegno. Al riguardo l'art. 2575 c.c. individua quale requisito principale quello della creatività.

È stato dunque evidenziato che l'opera riceve protezione a condizione che in essa sia riscontrabile un atto creativo, seppur minimo, suscettibile di manifestazione nel mondo esteriore, con la conseguenza che la creatività non può essere esclusa soltanto perché l'opera consiste in idee e nozioni semplici, ricomprese nel patrimonio intellettuale di persone aventi esperienza nella materia. Ulteriormente è stato evidenziato che la creatività non è data dall'idea in sé, ma dalla forma della sua espressione, ovvero dalla sua soggettività, di modo che la stessa idea può essere alla base di diverse opere che sono o possono essere diverse per la creatività soggettiva che ciascuno degli autori spende e che, in quanto tale, rileva ai fini della protezione (Cass. I, n. 25173/2011  e, più di recente, Cass. I, 10300/2020. Così anche CGUE).

Con specifico riferimento ai programmi televisivi, ai fini dell'esistenza di un'opera dell'ingegno e dell'applicazione della relativa disciplina si è evidenziato che, pur non dovendo essere nuova e originale in senso assoluto, è comunque necessario fare riferimento a quanto stabilito dal bollettino ufficiale S.I.A.E. n. 66/1994. In ragione di tale bollettino l'opera, per essere considerata tale e di conseguenza come tale tutelabile, deve avere quali elementi qualificanti un'articolazione sequenziale e tematica data da un titolo, una trama oltre ad un apparato scenico e dei personaggi fissi, tale da realizzare uno schema del programma che sia ripetibile (Cass. I, n. 18633/2017; Cass. I, n. 3817/2010).

Ciò che conta ai fini della violazione dei diritti di esclusiva è che i tratti essenziali che caratterizzano l'opera anteriore siano chiaramente individuabili anche nell'opera posteriore. Questo secondo un apprezzamento di fatto che è riservato al giudice di merito e che quindi non può essere oggetto di sindacato in sede di legittimità, laddove è denunziabile solamente un vizio attinente alla motivazione. Ancora, non vi è contraffazione quando il riutilizzo di opzioni e scelte proprie del programma antecedente consiste nella mera riproduzione di alcuni particolari non significativi o già noti (Cass. I, n. 13249/2011).

Con riferimento alle creazioni d'arte applicate all'industria, è necessario un quid pluris, ovvero il valore artistico dell'opera (così l'art. 2, l. n. 633/1941), che però non può essere fatto automaticamente derivare dal fatto che l'opera medesima, in un'occasione, sia stata presentata al pubblico (Cass. I, n. 30331/2022).

Quanto all'effetto principale che il contratto di edizione realizza, si è sostenuto che esso è dato dall'acquisto, da parte dell'editore, di diritti relativi all'utilizzazione economica dell'opera da pubblicare, da far valere erga omnes (Ascarelli, 641, 816-818).

Altra parte della dottrina nega che lo schema del contratto di edizione preveda la costituzione in capo all'editore di diritti da far valere erga omnes e ritiene che con la conclusione di detto contratto l'autore rinunci semplicemente a proporre l'azione di contraffazione nei confronti dell'editore, assumendo contemporaneamente l'obbligazione di garantire al secondo il pacifico godimento dell'opera. Pertanto dal contratto di edizione deriverebbero all'editore soltanto meri diritti personali di godimento (Greco-Vercellone, 299-302).

Per quanto attiene all'individuazione della causa del contratto di edizione, in dottrina si registrano due differenti orientamenti.

Secondo un primo indirizzo, la causa del contratto risiederebbe nel trasferimento, nei confronti e a favore dell'editore, del diritto di porre in commercio l'opera verso il pagamento di un compenso all'autore (Arienzo, 410).

Risulta tuttavia prevalente l'orientamento che identifica la causa del contratto di edizione nello scambio tra l'attività intellettuale dell'autore e l'organizzazione imprenditoriale di cui dispone l'editore, necessaria all'adempimento delle obbligazioni gravanti su quest'ultimo (Oppo, 1).

Il contratto di edizione deve poi essere annoverato tra i contratti aventi carattere personale. È stato infatti ad esempio affermato che in caso di trasferimento di azienda, la regola per cui — ex art. 2558 c.c. — vi è l'automatico subentro del cessionario in tutti i rapporti contrattuali a prestazioni corrispettive non aventi carattere personale si applica soltanto ai cosiddetti contratti di azienda, cioè aventi ad oggetto il godimento di beni aziendali non appartenenti all'imprenditore e da lui acquisiti per lo svolgimento dell'attività imprenditoriale, e ai cosiddetti contratti di impresa, non aventi a oggetto diretto beni aziendali, ma comunque attinenti alla organizzazione dell'impresa stessa, a meno che non siano soggetti a una disciplina specifica, come è evidente nei contratti di edizione alla luce dell'art. 132 l. n. 633/1941 (Cass. sez. lav., n. 3045/2002).

In giurisprudenza è stato evidenziato che il contratto di edizione è il contratto per effetto del quale l'autore concede all'editore, salvo patto contrario, l'esclusività dell'esercizio del diritto di pubblicare l'opera del primo. Tale diritto a sua volta comprende il diritto di riproduzione per le stampe e il diritto di distribuzione commerciale degli esemplari che sono stati riprodotti dall'editore per proprio conto e a proprie spese. L'editore, per contro, sulla base di tale contratto è obbligato a riprodurre e porre in vendita l'opera con il nome dell'autore (Cass. I, n. 4047/2016).

Sulla base di tale ricostruzione si è pertanto affermato che, qualora una parte consegni a un'altra una determinata somma perché quest'ultima provveda alla pubblicazione di un'opera letteraria, le parti hanno concluso un contratto di appalto o eventualmente un contratto d'opera o un contratto atipico, ma non un contratto di edizione. Quest'ultimo infatti presuppone che l'autore conferisca all'editore il diritto di riprodurre e diffondere l'opera a sua cura e spese, e ciò è incompatibile con la consegna all'editore di denaro da parte dell'autore al fine di ottenere il risultato della pubblicazione (Trib. Padova 26 marzo 2004).

Similmente, quando l'autore di un'opera letteraria, facendosi carico di ogni spesa necessaria, affida incarico a uno stampatore di stampare, pubblicare e vendere l'opera, si applica la disciplina del contratto di appalto e non del contratto di edizione, con la conseguenza che i diritti di autore sull'opera non si trasferiscono allo stampatore, ma rimangono in capo all'autore (Pret. Verona 14 marzo 1985).

Il contratto di edizione si distingue poi dall'appalto per la pubblicazione di opera letteraria, che deve essere invece ricondotto nell'alveo dell'appalto di servizi, poiché tramite il primo si trasferiscono i diritti d'autore in capo all'editore. Diversamente l'appalto per la pubblicazione di opera letteraria si configura come il semplice accordo intercorrente tra un editore e un autore affinché il primo stampi e diffonda a proprie spese l'opera del secondo a fronte di un corrispettivo in denaro (Marinelli, 163-164).

A proposito dei confini con altre figure contrattuali la giurisprudenza ha inoltre sottolineato che l'espressione «pubblicazione per le stampe», contenuta nell'art. 118 della c.d. legge sul diritto di autore deve essere riferita soltanto alla stampa su carta, capace, come tale, di dar luogo a un prodotto librario, con esclusione dunque di qualunque altra forma di impressione su materiale diverso dalla carta, quali la fotografia e la fonografia (Cass. I, n. 6239/1998).

In coerenza con tale impostazione si è quindi evidenziato che si è in presenza di un contratto di edizione soltanto laddove la riproduzione grafica dell'opera avvenga su carta o su materiale analogo, con esclusione, pertanto, della riproduzione da eseguirsi con altre modalità, quali registrazioni, incisioni e così via (Trib. Milano 25 novembre 1992).

Si è però precisato che le disposizioni imperative contenute negli art. 118 e ss. della disciplina del contratto di edizione trovano applicazione anche a fattispecie contrattuali diverse dal predetto contratto, se traslative di diritti di utilizzazione economica relativi a opere dell'ingegno, (Trib. Roma 26 giugno 2001).

In merito alla peculiare ipotesi dei contratti di edizione musicale, con cui si cedono i diritti di utilizzazione connessi all'opera musicale, si è rilevato che questi hanno causa diversa da quella dei contratti di edizione, in quanto i primi operano il trasferimento della titolarità degli stessi diritti di utilizzazione economica e non semplicemente la concessione di uso degli stessi e, a differenza dei secondi, non costituiscono un contratto di durata (App. Milano 5 dicembre 1995).

Quanto appena detto anche in considerazione del fatto che nel caso di contratto di edizione musicale l'attività dell'editore non è limitata alla sola stampa, ma si estende all'amministrazione e alla promozione, affinché l'opera sia conosciuta e diffusa, eventualmente anche all'estero, presso i discografici e gli utilizzatori (Trib. Milano 14 dicembre 1995).

Il contratto di edizione si distingue poi dal contratto di stampa, ove uno stampatore assume l'obbligo di riprodurre in più esemplari l'opera letteraria e di consegnarli all'autore a fronte del pagamento di un corrispettivo.

Si è evidenziato che il contratto di stampa costituisce una fattispecie ontologicamente diversa rispetto a quella propria del contratto di edizione, poiché l'effetto realizzato da quest'ultimo è la concessione ad altro soggetto dei diritti d'autore e in particolare dei diritti di sfruttamento dell'opera a carattere economico (Cass. I, n. 1632/1969).

Il contratto di edizione si differenzia anche dal contratto librario. Questo schema contrattuale ricorre allorquando l'autore, effettuata la pubblicazione a proprie spese, incarica un'impresa libraria della vendita dell'opera.

L'oggetto del contratto

La cessione dei diritti di utilizzazione

Con riferimento all'oggetto dei contratti di edizione si impongono alcune precisazioni alla luce degli artt. 119 ss. l. n. 633/1941.

Orbene l'art. 119 l. n. 633/1941, al comma 1, fa riferimento alla cedibilità di tutti i diritti di utilizzazione che spettano all'autore anche, eventualmente, in maniera parziale.

La cessione di tali diritti si presume avvenuta in via esclusiva, a meno che non vi sia patto contrario.

Non può però essere prevista la cessione di diritti futuri, inesistenti al momento della conclusione dell'accordo, che siano eventualmente attribuiti da leggi posteriori e che stabiliscano un regime di protezione del diritto dell'autore più ampio o avente una durata superiore. Si tratta, all'evidenza, di una norma posta a tutela dell'autore, considerato parte debole.

Ulteriore precisazione, ai fini della determinazione dell'oggetto dei contratti di edizione, è quella contenuta nel comma 4 dell'art. 119 l. n. 633/1941, per cui la cessione dei diritti di utilizzazione non si estende agli ulteriori diritti che derivano da eventuali elaborazioni e trasformazioni apportate all'opera dell'ingegno, compresi gli adattamenti alla cinematografia, alla radiodiffusione e alla registrazione su apparecchi meccanici.

La norma si spiega osservando che dalla rielaborazione e/o trasformazione di una iniziale opera d'ingegno possono nascere in capo all'autore nuovi diritti e quest'ultimo, infatti, potrebbe decidere di cederli separatamente da quelli relativi all'opera iniziale. Tale previsione ovviamente trova applicazione salvo diverso ma espresso patto contrario.

A quanto sopra si aggiunga che la cessione di uno o più diritti di utilizzazione relativi a una determinata opera dell'ingegno non determina il contemporaneo trasferimento dei diritti di utilizzazione che non siano necessariamente dipendenti da quelli trasferiti. Il che significa che ceduto il diritto principale relativo all'opera dell'ingegno, possono essere trasferiti soltanto quelli accessori.

In giurisprudenza è stato osservato che costituisce rielaborazione creativa di un'opera dell'ingegno, a opera dell'autore stesso, la revisione di una propria opera caratterizzata da modifiche e aggiunte tali da incidere sostanzialmente sulla complessiva impostazione stilistica dell'opera stessa, tanto che, in mancanza di diversa ed espressa previsione contrattuale, la successiva rielaborazione risulta esclusa dalla cessione dei diritti economici già trasferiti relativamente all'opera originaria (Trib. Napoli 2 febbraio 2007).

Detto principio ha trovato applicazione anche relativamente ai contratti di edizione aventi a oggetto la traduzione di un'opera originaria e infatti si è escluso che, salvo espressa pattuizione contraria, in tale accordo siano ricompresi i diritti di utilizzazione dipendenti da eventuali elaborazioni e trasformazioni di cui l'opera è suscettibile (Cass. I, n. 18726/2018).

Con riguardo ai limiti relativi al significato e contenuto delle operazioni di rielaborazione e trasformazione dell'opera d'ingegno è stato anche sostenuto che la pubblicazione dell'opera in edizione economica non integra gli estremi della trasposizione o adattamento, per i quali è richiesta un'espressa autorizzazione dell'autore (Trib. Torino 3 marzo 1980).

Ulteriormente è stato affermato che l'art. 119, che regola il contratto con cui vengono trasferiti i diritti di utilizzazione spettanti all'autore, avendo carattere speciale non è applicabile al contratto di cessione di diritti di autore di opera cinematografica. La disposizione citata trova quindi applicazione soltanto ai contratti di edizione (Cass. I, n. 12086/2013).

Inoltre, in considerazione di quanto previsto dal 5° comma dell'art. 119 legge diritto autore, per cui l'alienazione di uno o più diritti di utilizzazione relativi all'opera non implica il trasferimento dei diritti che non siano necessariamente dipendenti dal diritto trasferito, l'individuazione dei diritti effettivamente trasferiti deve operarsi con riguardo ai limiti dell'oggetto e delle finalità del contratto (Cass. I, n. 7109/1982).

La cessione di diritti relativi a opera non ancora venuta a esistenza

Vi è poi l'ipotesi in cui siano ceduti i diritti relativi a opere non ancora venute a esistenza.

Il legislatore, considerando la posizione di debolezza dell'autore, ha introdotto alcuni limiti. Infatti l'autore potrebbe essere indotto ad accettare condizioni, anche economiche, non favorevoli o comunque condizioni contrattuali che potrebbero rivelarsi inique nel corso del tempo.

In tale ottica si prevede che sia affetto da nullità, ai sensi dell'art. 120 n. 1 l. n. 633/1941, il contratto che abbia a oggetto tutte le opere o categorie di opere che un autore, senza alcun limite di tempo, possa creare. Tale norma riecheggia quanto già previsto dall'art. 119 l. n. 633/1941 esaminato sopra.

Inoltre un contratto avente a oggetto opere ancora non esistenti non può avere durata superiore a dieci anni. Tale limite di durata previsto dal legislatore corrisponde esattamente alla metà del termine previsto per opere esistenti, come si dirà più avanti.

Infine, nel caso in cui, pur determinata l'opera oggetto della cessione, non sia stato fissato un termine, l'editore ha diritto di rivolgersi all'autorità giudiziaria, la quale può prorogare il termine già individuato.

Nel caso in cui il contratto di edizione riguardi un'opera non ancora venuta a esistenza, il contratto di edizione è valido soltanto se sulla base delle manifestazioni di volontà delle parti sia possibile individuare l'oggetto dell'obbligazione gravante sull'autore. Tale risultato potrebbe essere raggiunto con l'indicazione del genere dell'opera, del suo contenuto o del suo titolo (Bertani, 9)

Nel contratto di edizione di opera non ancora venuta a esistenza, rispetto al quale trovano applicazione i principi generali dettati in tema di contratto con prestazione di cosa futura (art. 1348 c.c.), l'editore, una volta assunto l'obbligo di pubblicarla, non ha facoltà di sindacare bontà e valore intrinseci dell'opera: ciò perché l'obbligazione dell'autore non contiene tale genere di garanzia e il rischio relativo è connesso strutturalmente alla posizione propria dell'editore. Per tale motivo l'elemento giuridico essenziale per completare la fattispecie è dato dalla consegna dell'opera dell'ingegno all'editore, in modo tale che quest'ultimo possa procedere alla pubblicazione (Cass. I, n. 11599/1995).

La morte dell'autore

Altra ipotesi considerata dal legislatore nel disciplinare il rapporto di edizione è quella della morte dell'autore e della sua impossibilità di completare l'opera, pur eseguita e consegnata in parte.

In tal caso, come previsto dall'art. 121 l. n. 633/1941, l'editore può alternativamente scegliere se considerare risolto il contratto o se invece considerarlo adempiuto per la parte che gli è stata consegnata, pagando conseguentemente all'autore un compenso proporzionato al lavoro che questi ha svolto.

Ciò a meno che l'autore abbia manifestato la volontà che l'opera non sia pubblicata qualora non compiuta interamente o a meno che la medesima volontà sia stata manifestata dagli eredi del defunto autore.

Nel caso in cui l'opera sia incompiuta e il contratto venga risolto su richiesta dell'autore o dei suoi eredi, l'opera non può però essere ceduta ad altri, pena il risarcimento del danno.

Il contenuto necessario del contratto di edizione

Contratto per edizione e contratto a termine

Il contratto di edizione si distingue a sua volta in contratto per edizione e contratto a termine.

Il contratto per edizione, come stabilisce l'art. 122 l. n. 633/1941, è quello che attribuisce all'editore il diritto di pubblicare una o più edizioni dell'opera scritta entro venti anni dalla consegna del manoscritto completo.

Tale accordo contrattuale deve contenere l'indicazione del numero delle edizioni dell'opera ceduta nonché del numero delle copie per ogni edizione.

Qualora difetti l'indicazione del numero di edizioni e del numero di copie per edizione, i diritti — e quindi il contratto — riguardano una sola edizione e un numero massimo di duemila copie.

In merito al contratto di edizione per edizione, per cui deve essere indicato a pena di nullità il numero di edizioni e il numero di esemplari per ogni edizione, si è evidenziato che trattandosi di disciplina a tutela del contraente debole, ovvero l'autore dell'opera, l'editore non è legittimato ad eccepire la mancata indicazione del numero delle edizioni e a far valere l'inapplicabilità del contratto alle edizioni successive (Cass. I, n. 14792/2007).

Si è inoltre evidenziato, in relazione all'eventuale previsione di un diritto di prelazione a favore dell'editore, che ciò non comporterebbe alcuna limitazione della libertà dell'autore, né comporterebbe la violazione degli artt. 1379 c.c. e 122, comma 2, l. n. 633/1941 (che stabilisce un limite di venti anni). Ciò perché l'autore resta libero di disporre dei propri beni e alle condizioni che preferisce, essendogli unicamente imposto, dopo la conclusione del contratto e qualora lo stesso voglia instaurare un nuovo rapporto contrattuale con un terzo, di comunicare all'originario stipulante le condizioni dell'accordo per consentirgli di valutare la possibilità di assumere l'impegno (Cass. I, n. 18726/2018).

Il contratto di edizione a termine attribuisce invece all'editore la facoltà pubblicare il numero di edizioni che egli ha stimato necessario per un determinato termine — che non potrà comunque essere superiore a venti anni — e per il numero minimo di esemplari per edizione. L'indicazione del numero minimo deve essere presente all'interno del contratto a pena di nullità.

Il limite ventennale non trova però applicazione per i contratti di edizione che riguardano enciclopedie, dizionari, schizzi, disegni, vignette, illustrazioni, fotografie e simili, a uso industriale, oltre ai lavori di cartografia e alle opere drammatico-musicali e sinfoniche.

In ogni caso, sia che si tratti di contratto di edizione a termine, sia che si tratti di contratto di edizione per edizione, l'editore è comunque libero di distribuire le edizioni in un numero di ristampe che lo stesso stima conveniente.

È stato inoltre evidenziato che il contratto di edizione a termine che contiene l'indicazione del numero di copie soltanto rispetto alla prima edizione non può essere convertito in contratto di edizione per edizione, in quanto caratterizzato da un oggetto diverso e non rientrante nel primo (Cass. I, n. 25332/2017).

Similmente, nell'ipotesi in cui il contratto di edizione a termine contenga l'indicazione del numero di copie soltanto per la prima edizione, difetta uno dei requisiti previsti a pena di nullità e va esclusa la conversione del predetto contratto quando dal contratto originario risulta che le parti avevano inteso concludere un contratto per più edizioni e con la potenziale determinazione del numero di copie per le successive edizioni (Cass. I, n. 17279/2010).

Quanto all'ipotesi di contratto a termine per opera da crearsi si è evidenziato come questo sia nullo quando, avendo ad oggetto la creazione e la consegna all'editore di un'opera dell'ingegno entro un dato limite di tempo, non sia previsto né il numero minimo di esemplari per edizione, né il compenso per l'autore (Trib. Napoli 2 febbraio 2007).

In relazione a tale meccanismo di conversione si è affermato che in difetto di indicazione di un numero minimo di copie da pubblicare, il contratto a termine, per tale motivo nullo, può essere convertito in contratto per edizione qualora sia possibile ritenere che, conoscendo la nullità del primo, le parti avrebbero acconsentito alla stipulazione del secondo (Trib. Milano 29 maggio 1999).

In giurisprudenza è stato ritenuto che il contratto in forza del quale un traduttore concede a un editore, dietro versamento di un corrispettivo, il potere, previa verifica di qualità, di pubblicare l'opera, è da considerarsi contratto di edizione e come tale ha una durata massima ventennale, sia che tale attività debba ancora effettuata sia che questa sia stata già svolta. Diversamente, la mera previsione di uno scambio traduzione verso corrispettivo, senza che assuma rilievo la finalità di pubblicazione dell'opera, va invece ricondotta allo schema del contratto di prestazione di opera intellettuale, senza che quindi sia necessaria la previsione di termine massimo di durata (Cass. I, n. 24872/2014).

Il contratto con il quale un editore non si obbliga ad eseguire le obbligazioni tipiche del contratto di edizione, ma si limita a conferire all'autore l'incarico di eseguire una traduzione con riferimento alla quale l'editore diventa unico titolare di tutti i diritti di utilizzazione economica, compreso quello di pubblicare o di non pubblicare l'opera, non sussiste la causa tipica del contratto di edizione, ma quella atipica di esecuzione di una determinata opera con contestuale cessione definitiva del diritto di utilizzazione dietro pagamento di un unico corrispettivo iniziale predeterminato, con la conseguenza che a tale contratto non è applicabile il limite temporale previsto espressamente per il contratto di edizione (Trib. Torino 5 novembre 1997  e di recenteCass. I, n. 33003/2023, secondo cui il contratto di edizione-traduzione, previsto dall'art. 130 della legge sul diritto d'autore, costituisce una sottocategoria del tipico contratto di edizione e ha per oggetto la pubblicazione dell'opera, laddove il contratto di prestazione d'opera della traduzione ha per oggetto la traduzione in sé, indipendentemente dal fatto che l'opera tradotta venga poi pubblicata e commercializzata).

La forma dei contratti di edizione

Quanto alla forma dei contratti che prevedono il trasferimento dei diritti di utilizzazione dell'opera dell'ingegno — in base a quanto previsto dall'art. 2581, comma 2, c.c. e dall'art. 110l. n. 633/1941 è previsto un obbligo di forma scritta ai soli fini della prova.

Il contratto di edizione è dunque validamente concluso anche ove il consenso sia stato scambiato senza il rispetto di alcuna formalità, quindi anche verbalmente o per fatti concludenti.

È quindi del tutto coerente l'affermazione della giurisprudenza secondo cui il contratto di edizione musicale, secondo cui l'autore di un'opera musicale trasferisce all'editore i diritti di utilizzazione economica, riservandosi una quota dei proventi che maturano in conseguenza della sua utilizzazione, può essere concluso anche verbalmente, sebbene tra le parti la conclusione debba essere provata per iscritto, ai sensi dell'art. 110 l. n. 633/1941 (Cass. I, n. 36753/2021).

La prova della conclusione di un contratto di edizione per la cessione dei diritti d'autore richiede la forma scritta, che deve riguardare il documento che contiene le dichiarazioni negoziali delle due parti. Al contrario la presentazione di elementi di fatto da sottoporre a giudizio presuntivo non è equiparabile alla prova dell'esistenza del contratto (Trib. Milano sez. impr., n. 5236/2018; Trib. Palermo 4 gennaio 2010).

L'imposizione della forma scritta ad probationem ha lo scopo di precludere ai contraenti la prova per testimoni o l'utilizzo delle presunzioni della fonte del rapporto negoziale. Pertanto detto limite trova applicazione soltanto laddove la controversia sia insorta tra autore e editore. Diversamente, quando il contratto sia invocato da una delle parti contro un terzo, da un terzo nei confronti di una o di entrambe le parti od ancora tra terzi, la prova del rapporto può essere fornita senza alcun tipo di limitazione. Infatti, in tal caso, il contratto è fatto valere giudizialmente non come fonte di obbligazioni tra i contraenti, ma come mero fatto storico. In tal caso il contratto può essere provato con qualunque mezzo (De Sanctis, 49)

Le copie

Occorre poi osservare che le copie delle opere date alle stampe — ai sensi dell'art. 123 l. n. 633/1941 — devono essere contrassegnate «in conformità delle norme stabilite dal regolamento».

Si tratta, come evidenziato in giurisprudenza, di norma avente carattere imperativo. È stata infatti ritenuta nulla, per violazione di una norma imperativa, la clausola contrattuale contenuta nel contratto di edizione di un'opera letteraria con cui l'editore si era obbligato a contrassegnare gli esemplari dell'opera soltanto laddove l'autore ne avesse fatta tempestiva richiesta. Si tratta però di una nullità parziale, a cui non consegue la nullità dell'intero contratto, a meno che non risulti che le parti non avrebbero concluso il contratto in mancanza di detta previsione (Trib. Napoli 27 marzo 1997).

Le edizioni plurime

Laddove nel contratto siano previste più edizioni, l'editore, ai sensi dell'art. 124 l. n. 633/1941, è obbligato ad avvertire l'autore del momento in cui — presumibilmente — l'edizione sarà esaurita. Ciò dovrà avvenire entro un congruo termine prima del momento in cui l'editore ritenga che l'esaurimento possa avere luogo.

Il tale occasione l'editore deve comunicare all'autore se ha o meno l'intenzione di pubblicare una nuova edizione.

Se l'editore ha dichiarato di voler rinunciare a dare alle stampe una nuova edizione oppure, avendo dichiarato di voler procedere a una nuova edizione, non vi ha proceduto entro due anni dalla notifica della dichiarazione, il contratto deve intendersi risolto.

Infine, se non sussistono giusti motivi da parte dell'editore per non realizzare una nuova edizione, l'autore ha diritto al risarcimento dei danni che ne sono conseguiti.

Quando si verifica un aumento non proporzionale dei prezzi sul mercato rispetto ai prezzi dei costi di produzione, può configurarsi un notevole squilibrio tra prestazione e controprestazione, tale da integrare l'ipotesi dell'eccessiva onerosità prevista dall'art. 1467 c.c. come giusta causa di risoluzione del contratto. Tale ipotesi legittima la rinuncia dell'editore alle edizioni successive alla prima, senza essere tenuto a risarcire il danno. In tale ipotesi, inoltre, non sussiste il diritto dell'autore di mantenere il rapporto contrattuale offrendo una modifica delle condizioni, come previsto dall'ultimo comma dell'art. 1467 c.c. (Cass. 6 marzo 1951).

Gli obblighi delle parti

Quanto agli obblighi dell'autore, questi, in base all'art. 125 l. n. 633/1941, è obbligato a consegnare l'opera entro il termine contrattualmente stabilito con l'editore ed in una forma che non ne renda troppo difficile o costosa la pubblicazione per quest'ultimo.

L'autore deve inoltre garantire il pacifico godimento dei diritti ceduti per tutta la durata del contratto.

A tutto ciò si aggiunge l'obbligo-diritto dell'autore di correggere le bozze di stampa.

Quanto all'editore, a mente dell'art. 126 l. n. 633/1941, egli ha l'obbligo di riprodurre e porre in vendita l'opera col nome dell'autore oppure, ove previsto dal contratto, in maniera anonima o con l'utilizzo di uno pseudonimo, rispettando il contenuto della versione originale dell'opera e, comunque, secondo le buone norme della tecnica editoriale.

L'editore è poi tenuto a pagare all'autore i compensi che le parti avranno pattuito.

Costituisce inadempimento dell'obbligo stabilito dall'art. 126 il fatto che l'opera presenti un livello di accuratezza non proporzionato all'importanza scientifica dell'opera stessa, nonché al profilo professionale del soggetto autore e alla rinomanza della casa editrice, della collana in cui l'opera doveva essere inserita e alla qualità della società terza che ha provveduto alla relativa stampa (Trib. Torino 20 marzo 2013).

Sotto altro profilo, sulla base dell'art. 126 l. n. 633/1941, si è affermato che l'editore che ha stipulato un contratto di edizione con due coautori, ma che ha omesso di indicare il nome di uno di essi, costituisce violazione del diritto di quest'ultimo di esserne riconosciuto autore (Trib. Milano 12 luglio 2005).

Costituisce violazione del diritto morale dell’autore anche la pubblicazione in forma anonima dell’opera altrui, che dà titolo all’autore di chiedere di essere riconosciuto autore dell’opera e di conseguire il risarcimento del danno non patrimoniale subito (Cass. I, n. 18220/2020).

I tempi della pubblicazione

Per quanto concerne i tempi della pubblicazione o della riproduzione dell'opera, l'art. 127 l. n. 633/1941 prevede che questa deve aver luogo entro il termine fissato in contratto e che non può comunque essere superiore a due anni dal giorno della consegna all'editore dell'opera completa e definitiva.

Laddove manchi l'indicazione di un termine all'interno del contratto, la pubblicazione o la riproduzione dell'opera deve comunque essere fatta non oltre due anni dal momento della richiesta scritta avanzata nei confronti dell'editore. In tale ipotesi è inoltre previsto che l'autorità giudiziaria possa fissare un termine più breve quando ciò sia giustificato dalla natura dell'opera e da ogni altra circostanza del caso.

È nulla ogni pattuizione che prevede la rinuncia alla fissazione di un termine o che introduce un termine superiore ai due anni.

Il termine di due anni non trova però applicazione rispetto alle opere collettive.

Con riguardo al contratto di edizione, la domanda proveniente dall'autore per ottenere l'adempimento del contratto è da ritenere improponibile laddove il termine biennale previsto dall'art. 127 l. 633/1941 maturi soltanto in corso di giudizio. Ciò perché il requisito temporale è un presupposto processuale e non una condizione dell'azione (Cass. I, n. 12503/1998).

In merito al termine biennale ex art. 127, comma 2, l. n. 633/1941 si è sottolineato che detto termine è previsto a beneficio dell'editore, cosicché l'autore non può domandare la risoluzione del contratto prima del suo decorso integrale, a meno che la controparte non abbia già dichiarato di non voler adempiere (Albertini, 198).

Si prevede poi, all'art. 128 l. n. 633/1941, che laddove l'acquirente del diritto di pubblicazione o riproduzione dell'opera non la faccia pubblicare o riprodurre nel termine contrattualmente stabilito o in quello diverso stabilito dal giudice, l'autore dell'opera ha diritto di chiedere la risoluzione del contratto.

Il giudice ha facoltà di concedere all'editore una dilazione, che però non può essere superiore alla metà del termine, subordinando tale concessione alla prestazione di idonea garanzia, se ve ne sono i motivi.

L'autorità giudiziaria può eventualmente limitare la pronuncia di risoluzione a una parte soltanto del contratto, non inficiando quindi l'accordo nella sua interezza.

Nel caso di risoluzione del contratto l'acquirente è tenuto a restituire l'originale dell'opera e a risarcire i danni cagionati, sempre che non provi che la pubblicazione o riproduzione non ha potuto avere luogo nonostante la sua diligenza.

È inoltre previsto dall'art. 129 l. n. 633/1941 che l'autore, fino al momento della pubblicazione dell'opera, ha facoltà di apportare tutte le modifiche ritenute opportune, a patto che queste non ne alterino il carattere e la destinazione.

La norma, infine, pone a carico dell'autore le eventuali maggiori spese che dovessero derivare dalle modifiche.

Alla medesima possibilità di modifica sono soggette le nuove edizioni delle opere: infatti l'editore è tenuto a domandare all'autore se egli intende procedere ad apportare modifiche entro il termine fissato contrattualmente o, in difetto, dal giudice.

Nella peculiare ipotesi in cui l'opera necessiti di essere aggiornata ad ogni nuova edizione e l'autore rifiuti di effettuare detto aggiornamento, l'editore può affidare l'attività ad altri soggetti, indicando, nella nuova edizione, l'attività svolta da questi ultimi.

Gli artt. 126 e 129 l. n. 633/1941 vietano all'editore di alterare il carattere e la destinazione dell'opera e pertanto devono ritenersi violate laddove l'editore, senza il consenso dell'autore e anzi contro la sua esplicita volontà, pubblichi un libro preceduto da una prefazione che sia fortemente critica e discordante rispetto al contenuto del libro (Trib. Milano 27 novembre 1995).

In base all'art. 129 l. 633/1941 deve intendersi per nuova edizione ogni versione dell'opera rispetto alla quale l'autore abbia espresso il proprio consenso alla pubblicazione. Deve invece intendersi per tiratura il complesso delle copie generate dal medesimo stampo e per ristampa una nuova composizione grafica del materiale da stampare che sia identica a quella precedente. L'utilità della distinzione tra queste due ultime nozioni tende peraltro a venir meno con la sostituzione progressiva della fotocomposizione elettronica alla stampa a caratteri mobili (Greco-Vercellone, 279)

Il compenso

Quanto al compenso spettante all'autore, l'art. 130 l. n. 633/1941 stabilisce che lo stesso è costituito da una percentuale sul prezzo di copertina delle copie vendute, ma anche che sono ammessi patti contrari.

È peraltro possibile che il compenso dell'autore sia scollegato dal risultato delle vendite. Ciò vale, segnatamente, rispetto a specifiche edizioni, ovvero dizionari, enciclopedie, antologie, altre opere di collaborazione; traduzioni, articoli di giornali o di riviste; discorsi o conferenze; opere scientifiche; lavori di cartografia; opere musicali o drammatico-musicali; opere delle arti figurative.

Nei contratti nei quali il compenso è commisurato al prezzo di copertina delle copie vendute, sempre a mente dell'art. 130 l. n. 633/1941, l'editore è obbligato a rendere conto annualmente delle copie vendute.

Secondo autorevoli autori la pattuizione di un compenso costituisce uno degli elementi essenziali del contratto di edizione e come tale non sarebbe derogabile in favore di una cessione a titolo gratuito (Auletta-Mangini, 202-203).

Diversamente si esprime altra dottrina, a favore dunque della derogabilità e quindi della possibilità di prevedere una cessione a titolo gratuito dei diritti di pubblicazione dell'opera dell'ingegno (Ascarelli, 825-827).

Divieto di cessione

In considerazione della peculiarità dell'oggetto contrattuale e del particolare rapporto che si instaura tra le parti, l'art. 132 l. n. 633/1941 stabilisce che l'editore non può trasferire a soggetti terzi i diritti che egli ha acquistato dall'autore, a meno che non vi sia il consenso di quest'ultimo e quindi salva la possibilità di pattuizione contraria.

Laddove il trasferimento dei diritti a terzi si inserisca in un più ampio contesto di trasferimento d'azienda, i diritti dell'editore cedente sono insuscettibili di essere trasferiti se possa esservi pregiudizio alla reputazione o alla diffusione dell'opera.

È stato infatti evidenziato che, nell'ipotesi di trasferimento di azienda, la regola di cui all'art. 2558 c.c., dell'automatico subentro del cessionario in tutti i rapporti contrattuali a prestazioni corrispettive non aventi carattere personale, si applica ai c.d. contratti di azienda — cioè quelli aventi ad oggetto il godimento di beni aziendali non di proprietà dell'imprenditore, ma da questo acquisiti per lo svolgimento dell'attività imprenditoriale — nonché ai c.d. «contratti di impresa» — cioè quelli che. pur non avendo ad oggetto direttamente beni aziendali, attengono all'organizzazione dell'impresa — a meno che non siano soggetti ad una specifica diversa disciplina, come, tra gli altri, i contratti di edizione (Cass. n. 7517/2010).

È poi previsto che laddove l'opera non possa essere venduta sul mercato al prezzo fissato, l'editore, prima di iniziare a vendere le copie della stessa a un prezzo inferiore o di decidere di mandarle al macero, dovrà domandare all'autore se intende acquistare le copie a un prezzo calcolato su quello ricavabile della vendita sottoprezzo o a uso di macero (art. 133 l. n. 633/1941).

La vendita sottoprezzo di esemplari dell'opera pubblicata è quella per cui viene stabilito un prezzo che non è superiore al costo della pubblicazione stessa. Diversamente, infatti, la vendita si trasformerebbe per l'editore in un mezzo di realizzazione che finirebbe per eludere le ragioni dell'autore, il quale perderebbe la percentuale sulle vendite ordinarie. Alla luce di ciò l'impossibilità di smercio dell'opera deve essere oggettivamente controllabile e non può essere integrata da una semplice e temporanea difficoltà di smercio, poiché quest'ultima sarebbe superabile con l'adozione di iniziative di rilancio a cura dell'editore o per effetto di aggiustamenti o variazioni del mercato. Per tale motivo, laddove l'editore proceda alla svendita dell'opera eludendo l'obbligo di interpellarlo, l'autore ha diritto al risarcimento del danno, ma in misura differente a seconda che nel successivo giudizio l'editore riesca o meno a dimostrare l'impossibilità di smercio dell'opera (Cass. I, n. 87/1974).

Estinzione del contratto

L'art. 134 l. n. 633/1941 individua le cause di estinzione del contratto di edizione nel decorso del termine, nell'impossibilità di portare a compimento i contratti per l'insuccesso dell'opera, nella morte dell'autore (salva la possibilità dell'editore di pubblicare l'opera parziale), nell'impossibilità di pubblicare, riprodurre o mettere in commercio l'opera per effetto di una decisione giudiziaria o di una disposizione di legge; nei casi di risoluzione contemplati dagli artt. 128 e 133 l. n. 633/1941, nel caso di ritiro dell'opera dal commercio.

Nel caso in cui l'editore continui a stampare una rivista anche dopo la morte del suo autore, agli eredi del defunto spetta il risarcimento del danno patrimoniale subito per non aver potuto utilizzare in proprio la testata della rivista o, comunque, per non aver ricevuto adeguato compenso per la sua utilizzazione. Tale conclusione si spiega proprio in ragione del fatto che l'evento della morte dell'autore costituisce causa di estinzione del contratto di edizione (Trib. Napoli 16 marzo 2004).

Il diritto di pentimento

A tutela delle prerogative dell'autore è inoltre previsto che questi, come stabilisce l'art. 2582 c.c., qualora ricorrano gravi ragioni di carattere morale, abbia il diritto di ritirare la propria opera dal commercio.

In tal caso l'autore deve tenere indenni coloro i quali hanno acquistato i diritti di riprodurre, diffondere, eseguire, rappresentare o mettere in commercio l'opera medesima.

Tale diritto, c.d. di pentimento, è qualificato come personale e intrasmissibile.

Si è sostenuto che non sussistano le gravi ragioni di carattere morale, necessarie al fine del ritiro dell'opera e del recesso quindi dal contratto, laddove l'autore abbia fatto un generico riferimento all'esistenza di discordie familiari, tenendo peraltro un comportamento in contrasto con la motivazione addotta. (Trib. Torino 23 marzo 2006).

All'autore, a eccezione dell'ipotesi di esistenza di gravi ragioni morali, è precluso il recesso ad nutum per giusta causa dal contratto di edizione che egli ha sottoscritto prima che l'opera oggetto dello stesso venisse pubblicata (Trib. Milano 27 gennaio 1975).

Il diritto di pentimento non può essere esercitato né nei confronti del proprietario che abbia intenzione di utilizzare esclusivamente per sè l'opera (Greco-Vercellone, 122), né nei confronti di musei e biblioteche che la detengano per metterla in circolazione senza scopo di lucro (Santini, 43).

Il diritto di pentimento, che comporta il diritto in capo all'autore di ritirare legittimamente dal commercio la propria opera, o anche prima che venga messa in commercio, è una declinazione del diritto morale di autore, come è ben testimoniato dal fatto che tale diritto è personale e intrasmissibile.

In tale contesto le gravi ragioni che giustificano il ritiro dal commercio devono essere interpretate e intese in senso lato, potendosi trattare quindi di motivi di carattere etico, religioso, politico, scientifico o artistico (Auletta-Mangini, 214).

La ricorrenza delle gravi ragioni morali che giustificano il recesso può essere sindacata dal giudice e pertanto non è sufficiente una mera dichiarazione proveniente dall'autore che attesti l'esistenza di tali motivazioni (Santini, 40).

Le clausole eventuali

Quanto alle clausole eventuali dei contratti di edizione, non è infrequente che venga prevista una maggiorazione del prezzo di copertina ove l'autore, in sede di correzione delle bozze, superi un certo numero di pagine previamente individuato nel contratto.

A questo contenuto eventuale si aggiunge quello delle copie omaggio e cioè un numero di copie che vengono distribuite gratuitamente a soggetti previamente individuati o comunque determinabili per far si che l'opera venga recensita o comunque riceva pubblicità.

In proposito è stato osservato che la messa in commercio sul mercato di libri usati e di copie omaggio distribuite gratuitamente ai docenti non comporta la violazione dei diritti di utilizzazione economica spettanti agli autori e agli editori, i quali hanno rinunciato ai diritti relativi alle copie suddette nel momento della messa in circolazione a titolo gratuito. Tale attività, inoltre, non può essere qualificata come concorrenza sleale (Pret. Roma 12 gennaio 1993).

Si è inoltre affermato che laddove il contratto di edizione preveda espressamente il rilascio di una serie di copie omaggio per recensione, segnalazione e propaganda, spetta alle parti concordare il numero delle relative copie. In mancanza di accordo il numero di copie omaggio deve essere commisurato agli usi commerciali e, comunque, all'importanza dell'opera, al suo costo, nonché al rilievo scientifico dell'opera stessa (Trib. Torino 15 marzo 2013).

È peraltro possibile che i contratti di edizione prevedano il diritto di opzione sul rinnovo del contratto, previsione che deve però confrontarsi con l'art. 120 della l. n. 633/1941, secondo cui è nullo il contratto avente ad oggetto tutte le opere o categorie di opere che un autore può creare, senza alcun limite temporale.

Peraltro, ai fini della promozione dell'opera, è possibile che all'autore venga chiesto di assumere anche l'obbligo di partecipare a eventi o fiere. È evidente che tale clausola corrisponde anche all'interesse dell'autore, poiché alla partecipazione ai predetti eventi potrebbe seguire l'aumento delle vendite e quindi anche dei suoi guadagni.

È peraltro frequente che unitamente ai diritti di sfruttamento economico per le stampe vengano ceduti anche i diritti di adattamento cinematografico.

Laddove il soggetto e la sceneggiatura di un'opera cinematografica prendano spunto da un'opera letteraria preesistente, queste rientrano nella categoria delle opere c.d. derivate. Su tali opere, come previsto dagli artt. 4, 7 e 10 l. n. 633/1941, insisterebbero due diritti, l'uno dell'autore dell'opera originaria e l'altro dell'elaboratore, ovviamente quest'ultimo nei limiti della propria attività.

Nondimeno, per poter parlare di opera derivata è imprescindibile che nell'opera successiva siano distinguibili elementi già presenti nell'opera originaria. Nel caso contrario, laddove l'autore dell'opera successiva abbia solamente tratto ispirazione dalla precedente, siamo di fronte a un'opera nuova.

L'art. 4 l. n. 633/1941 stabilisce comunque che la protezione delle opere di elaborazione avviene «senza pregiudizio dei diritti esistenti sull'opera originaria». Pertanto, affinché l'opera (ri)elaborata possa essere immessa in commercio è essenziale avere l'autorizzazione di chi possiede i diritti di utilizzazione dell'opera originaria. A ciò si aggiunga che sull'opera derivata viene a crearsi una comunione di diritti tra l'autore dell'opera originaria e l'autore dell'elaborazione, coautori del prodotto finale.

I diritti che vengono ceduti contestualmente alla stipula di un contratto di edizione sono quelli previsti dall'art. 18 l. n. 633/1941, cioè «Il diritto esclusivo di tradurre ha per oggetto la traduzione dell'opera in altra lingua o dialetto. Il diritto esclusivo di elaborare comprende tutte le forme di modificazione, di elaborazione e di trasformazione dell'opera previste nell'art. 4 [...] il diritto esclusivo di pubblicare le sue opere in raccolta [...] il diritto esclusivo di introdurre nell'opera qualsiasi modificazione».

I diritti di utilizzazione dell'opera dell'ingegno realizzata dal lavoratore

In merito alla possibilità che il lavoratore subordinato realizzi un'opera creativa suscettibile di sfruttamento economico, preme preliminarmente segnalare che tra i diritti morali l'art. 20 l. n. 633/1941 riconosce il c.d. diritto all'integrità dell'opera.

La norma recita come segue: «Indipendentemente dai diritti esclusivi di utilizzazione economica della opera, previsti nelle disposizioni della sezione precedente, ed anche dopo la cessione dei diritti stessi, l'autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell'opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell'opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione».

Dalla lettura del testo normativo appare chiaro come l'autore dell'opera non abbia il diritto di opporsi a ogni tipo di modificazione, ma solo a quelle che possano recare pregiudizio all'onore o alla reputazione dello stesso.

Questo diritto è parimenti riconosciuto dall'art. 2577, comma 2 c.c., già citato, secondo cui «l'autore, anche dopo la cessione dei diritti previsti dal comma precedente, può rivendicare la paternità dell'opera e può opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione o altra modificazione dell'opera stessa, che possa essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione».

In proposito giova ricordare che perché possa parlarsi di opera dell'ingegno è necessario riscontrare il carattere della creatività, a mente dell'art. 1 l. 633/1941, secondo cui «sono protette ai sensi di questa legge le opere dell'ingegno di carattere creativo».

Si è evidenziato come il concetto giuridico di creatività enunciato dall'art. 1 l. n. 633/1941 non coincide con quello di originalità e novità assoluta, ma attiene alla personale e individuale espressione di un'oggettività appartenente alle categorie elencate, in via esemplificativa, nell'art. 2. Per l'effetto, affinché sull'opera insista la protezione è sufficiente la sussistenza di un atto creativo, seppur minimo, suscettibile di estrinsecazione nel mondo esteriore. Ciò porta all'ulteriore conseguenza che la creatività non può essere esclusa soltanto dal fatto che l'opera consista in idee e nozioni semplici, comprese nel patrimonio intellettuale di persone aventi esperienza nella materia (Cass. I, n. 11953/1993).

Infatti il diritto d'autore, a differenza dei diritti scaturenti dalle invenzioni, si distingue per caratterizzare in maniera marcatamente soggettiva la creatività, che non è costituita necessariamente dall'idea di per sé, ma anche ed eventualmente dalla forma della sua espressione, ovvero dalla sua soggettività, di modo che la medesima idea può essere alla base di diverse opere d'autore (Cass. I, n. 12089/2004).

Con particolare riguardo all'opera realizzata dal lavoratore subordinato, qualora risulti che la prestazione è stata intesa e interpretata dalle rispettive parti come funzionale a uno specifico risultato, considerato ragione giustificatrice del rapporto, la conseguenza è l'attribuzione dei diritti patrimoniali al datore di lavoro. Ne deriva che, fermo restando il libero esercizio dell'autonomia delle parti, non spetta al datore di lavoro provare quali diritti siano stati trasferiti, bensì al lavoratore dimostrare che le parti, secondo quanto risulta dall'accordo, dal comportamento delle stesse o dall'eventuale patto contrario, hanno inteso limitare l'attribuzione solo a talune facoltà patrimoniali (Cass. I, n. 12089/2004).

Bibliografia

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