Codice Civile art. 1385 - Caparra confirmatoria.Caparra confirmatoria. [I]. Se al momento della conclusione del contratto una parte dà all'altra, a titolo di caparra, una somma di danaro o una quantità di altre cose fungibili, la caparra, in caso di adempimento, deve essere restituita o imputata alla prestazione dovuta [1194]. [II]. Se la parte che ha dato la caparra è inadempiente, l'altra può recedere dal contratto, ritenendo la caparra; se inadempiente è invece la parte che l'ha ricevuta, l'altra può recedere dal contratto ed esigere il doppio della caparra [1386; 164 trans.]. [III]. Se però la parte che non è inadempiente preferisce domandare l'esecuzione o la risoluzione [1453 ss.] del contratto, il risarcimento del danno è regolato dalle norme generali [1223 ss.; 164 trans.]. InquadramentoLa caparra confirmatoria assolve ad una funzione di anticipazione della prestazione dovuta, di rafforzamento e di garanzia del vincolo obbligatorio nonché di liquidazione anticipata e convenzionale del danno. Come per la clausola penale, la dottrina è divisa tra quanti ritengono che la caparra confirmatoria costituisca un patto accessorio ad un'obbligazione contrattuale, sul quale incidono le vicende relative a quest'ultima (per tutti, De Nova, 241), e quanti assumono che la caparra confirmatoria configuri invece un contratto collegato a quello principale (Marini, 2). In sede applicativa, nell'evidenziare che la funzione della caparra è quella di forfettaria e preventiva liquidazione del danno, si è ritenuto che, anche quando non sia stato effettuato il relativo versamento, non per questo si deve ritenere invalido l'intero contratto, avendo la caparra soltanto una funzione rafforzativa del vincolo, che deve ritenersi comunque esistente, anche nell'assenza della caparra (cfr. Trib. Lucca 27 maggio 2015, n. 985) Scopo dell'istituto
La caparra confirmatoria ex art. 1385 c.c. ha la funzione di liquidare convenzionalmente il danno da inadempimento in favore della parte non inadempiente che intenda esercitare il potere di recesso conferitole "ex lege", sicché, ove ciò avvenga, essa è legittimata a ritenere la caparra ricevuta ovvero ad esigere il doppio di quella versata; qualora, invece, detta parte preferisca agire per la risoluzione ovvero l'esecuzione del contratto, il diritto al risarcimento del danno va provato nell'"an" e nel "quantum" (cfr. Cass. II, n. 20532/2020). In giurisprudenza è assolutamente dominante la tesi che riconduce la caparra confirmatoria ad uno strumento speciale di risoluzione di diritto del contratto, da affiancare a quelli di cui agli artt. 1454,1456 e 1457 c.c., ovvero ad un mezzo di autotutela, avente la funzione di liquidazione anticipata e convenzionale del danno, volta ad evitare l'instaurazione di un giudizio contenzioso (Cass. n. 18266/2011). Secondo un indirizzo risalente, rimasto minoritario, la caparra avrebbe invece la natura di sanzione tipizzata dall'ordinamento per l'inosservanza di obblighi contrattuali (Cass. n. 3823/1995; Cass. n. 1449/1976) Natura del pattoIl patto ha natura reale, perfezionandosi con la consegna del bene oggetto della caparra (v., tra i tanti, Trimarchi, 195). Ciò implica che sebbene le parti, nell'esercizio della propria autonomia negoziale possano differirne la dazione ad un momento successivo alla conclusione del contratto principale, gli effetti che il comma 2 della norma in esame correla alla consegna si producono solo da detto momento (v., ex multis, Cass. n. 4661/2018). È stato per altro verso chiarito che, ove le parti, con riferimento al versamento di una somma di denaro effettuato al momento della conclusione del contratto, abbiano adoperato la locuzione «caparra confirmatoria», la relativa dazione deve ritenersi avvenuta a tale titolo, secondo il criterio ermeneutico del significato letterale delle parole, potendo interpretarsi diversamente la comune volontà dei contraenti solo in presenza di altri elementi, quali circostanze o situazioni di segno opposto, che evidenzino l'uso improprio di una tale espressione o la non aderenza alla situazione oggettiva (Cass. n. 12423/2018; in senso almeno in parte diverso v., in sede di merito, Trib. Isernia 20 marzo 2018, n. 171). La Corte di legittimità ha inoltre precisato che la caparra confirmatoria può essere costituita mediante la consegna di un assegno bancario anche se l'effetto proprio della caparra si perfeziona al momento della riscossione della somma recata dall'assegno, e quindi salvo buon fine, sicché, in caso di pagamento effettuato mediante assegni di conto corrente, l'effetto liberatorio si verifica con la riscossione della somma portata dal titolo, in quanto la consegna del titolo deve considerarsi effettuata, salva diversa volontà delle parti, pro solvendo; tuttavia, poiché l'assegno, in quanto titolo pagabile a vista, si perfeziona, quale mezzo di pagamento, quando passa dalla disponibilità del traente a quella del prenditore, ai fini della prova del pagamento, quale fatto estintivo dell'obbligazione, è sufficiente che il debitore dimostri l'avvenuta emissione e la consegna del titolo, incombendo, invece, al creditore la prova del mancato incasso, la quale, pur costituendo una prova negativa, non si risolve in una probatio diabolica, in quanto, avuto riguardo alla legge di circolazione del titolo, il possesso dello stesso da parte del creditore che lo ha ricevuto implica il mancato pagamento (Cass. n. 24747/2016). Di conseguenza, il comportamento dello stesso prenditore, che ometta di incassare l'assegno e lo trattenga comunque presso di sé, è contrario a correttezza e buona fede, sì da impedirgli di imputare all'inadempimento della controparte il mancato incasso dell'assegno, come pure di recedere dal contratto, al quale la caparra risulta accessoria, o di sollevare l'eccezione di inadempimento (Cass. II, n. 10366/2022). Per alcuni, il patto ha efficacia reale, poiché la proprietà della cosa oggetto della caparra si trasferisce per effetto della dazione ovvero dello scambio dei consensi legittimamente manifestato (D'Avanzo, 896). Per altri, il passaggio di proprietà si realizza solo in un momento successivo alla dazione, ossia in quello dell'imputazione, nel caso di adempimento, o dell'esercizio del recesso, nell'ipotesi di inadempimento (Trimarchi, 194) Presupposti e modalità di esercizio del potere di ritenere o richiedere il pagamento della caparraLa norma in esame contempla, quale presupposto perché la parte adempiente possa trattenere la caparra ricevuta ovvero esigere il pagamento del doppio di quella corrisposta, l'inadempimento dell'altra parte. Secondo la dottrina dominante si deve trattare dello stesso inadempimento che ex art. 1455 c.c. consente di richiedere la risoluzione del contratto (D'Avanzo, 896). In termini analoghi, la S.C. ha più volte affermato che, ai fini del legittimo esercizio del recesso conseguente alla previsione di una caparra confirmatoria, così come accade in materia di risoluzione contrattuale, non è sufficiente l'inadempimento, ma occorre anche la verifica circa la non scarsa importanza prevista dall'art. 1455 c.c. nonché l'imputabilità, dovendo il giudice tenere conto dell'effettiva incidenza dell'inadempimento sul sinallagma contrattuale e verificare se, in considerazione della mancata o ritardata esecuzione della prestazione, sia da escludere per la controparte l'utilità del contratto alla stregua dell'economia complessiva del medesimo (Cass. n. 18266/2011; Cass. n. 3728/2011). Nondimeno, la valutazione, ai sensi e per gli effetti dell'art. 1455 c.c., della non scarsa importanza dell'inadempimento deve ritenersi implicita, ove l'inadempimento stesso si sia verificato con riguardo alle obbligazioni primarie ed essenziali del contratto, ovvero quando dal complesso della motivazione emerga che il giudice lo abbia considerato tale da incidere in modo rilevante sull'equilibrio negoziale (Cass. n. 20957/2017). Ove si verifichi l'inadempimento, il contraente non inadempiente può scegliere tra l'esercizio del recesso dal contratto, ritenendo la caparra qualora l'abbia ricevuta o esigendone il doppio qualora l'abbia versata, ovvero l'esercizio dell'azione di adempimento o di risoluzione e di risarcimento dei danni. Si tratta di facoltà alternative (D'Avanzo, 896). Tale scelta può essere esercitata anche dopo la notifica alla parte inadempiente della diffida ad adempiereexart. 1454 c.c. (v., da ultimo, Cass. n. 26206/2017). La parte non inadempiente che, avendo versato la caparra, recede dal contratto per l'inadempimento dell'altra e chiede il pagamento del doppio, ai sensi dell'art. 1385, comma 2, c.c., accetta tale somma a titolo di integrale risarcimento del danno conseguente all'inadempimento e non può, dunque, pretendere ulteriori e maggiori danni (v., da ultimo, Cass. n. 26206/2017; nell'avallare tale principio si è ritenuto, in sede applicativa, che la parte che richiede il pagamento del doppio della caparra non possa conseguire un risarcimento ulteriore neppure sotto forma di rivalutazione monetaria della caparra stessa, atteso che il ritardo nell'adempimento del relativo credito, di natura pecuniaria e assoggettato al principio nominalistico sino alla data del pagamento, può essere causa di un'obbligazione risarcitoria del debitore solo in presenza dei presupposti indicati dall'art. 1224 c.c.: cfr., di recente, Trib. Parma II, 20 aprile 2018, n. 564). La possibilità di agire per la risoluzione e il risarcimento, anziché avvalersi della caparra, consente di conseguire un risarcimento più elevato, ove il danno subito in conseguenza dell'inadempimento superi quello preventivamente determinato con la caparra confirmatoria; infatti, quando il contraente non inadempiente agisce per la risoluzione del contratto, il risarcimento del danno è determinato secondo i principi generali (De Nova, 241). In termini analoghi, la S.C. ha chiarito che, nell'ipotesi di versamento di una somma di denaro a titolo di caparra confirmatoria, la parte non inadempiente, che abbia agito per l'esecuzione del contratto, può, in sostituzione della originaria pretesa, legittimamente chiedere, nel corso del giudizio, il recesso dal contratto a norma dell'art. 1385, comma 2, c.c. senza incorrere nelle preclusioni derivanti dalla proposizione dei nova, poiché tale modificazione dell'originaria istanza costituisce legittimo esercizio di un perdurante diritto di recesso rispetto alla domanda di adempimento (Cass. n. 882/2018). Secondo l'analisi giurisprudenziale la parte non inadempiente che abbia agito per l'esecuzione del contratto può, in sostituzione dell'originaria pretesa, legittimamente chiedere nel corso del giudizio il recesso dal contratto (Cass. n. 882/2018; cfr. Cass. n. 22657/2017, la quale ha sottolineato che, riguardo alla caparra confirmatoria, una domanda di recesso, ancorché non formalmente proposta, può ritenersi egualmente, anche se implicitamente, avanzata in causa dalla parte adempiente, quando la stessa abbia richiesto la condanna della controparte, la cui inadempienza sia stata dedotta come ragione legittimante la pronunzia di risoluzione del contratto, alla restituzione del doppio della caparra a suo tempo corrisposta quale unica ed esaustiva sanzione risarcitoria di tale inadempienza). Occorre peraltro considerare che, nell'attuale elaborazione, l'esercizio del recesso, da un lato, e l'incameramento della caparra o la pretesa di corresponsione del doppio, dall'altro, sono due aspetti del medesimo diritto, inscindibilmente connessi. Ne deriva che ove il contraente non inadempiente abbia agito per la risoluzione (giudiziale o di diritto) ed il risarcimento del danno, costituisce domanda nuova, inammissibile in appello, quella volta ad ottenere la declaratoria dell'intervenuto recesso con ritenzione della caparra (o pagamento del doppio), avuto riguardo — oltre che alla disomogeneità esistente tra la domanda di risoluzione giudiziale e quella di recesso ed all'irrinunciabilità dell'effetto conseguente alla risoluzione di diritto — all'incompatibilità strutturale e funzionale tra la ritenzione della caparra e la domanda di risarcimento: la funzione della caparra, consistendo in una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta ad evitare l'instaurazione di un giudizio contenzioso, risulterebbe infatti frustrata se alla parte che abbia preferito affrontare gli oneri connessi all'azione risarcitoria per ottenere un ristoro patrimoniale più cospicuo fosse consentito — in contrasto con il principio costituzionale del giusto processo, che vieta qualsiasi forma di abuso processuale — di modificare la propria strategia difensiva, quando i risultati non corrispondano alle sue aspettative (Cass. S.U., n. 553/2009; conf., tra le molte, Cass. VI, n. 21971/2020; Trib. Rovigo I, 19 marzo 2018, n. 193). In sostanza, in caso di pattuizione di caparra confirmatoria, ai sensi dell'art. 1385 c.c., la parte adempiente, per il risarcimento dei danni derivati dall'inadempimento della controparte, può scegliere tra due rimedi, alternativi e non cumulabili tra loro o recedere dal contratto e trattenere la caparra ricevuta ovvero esigere il doppio di essa, avvalendosi della funzione tipica dell'istituto, che è quella di liquidare i danni preventivamente e convenzionalmente, così determinando l'estinzione ope legis di tutti gli effetti giuridici, del contratto e dell'inadempimento stesso; ovvero chiedere, con pronuncia costitutiva, la risoluzione giudiziale del contratto, ai sensi degli artt. 1453 e 1455 c.c. e il risarcimento dei conseguenti danni, da provare a norma dell'art. 1223 c.c. (Cass. n. 2747/2018, la quale ha anche precisato che, tuttavia, qualora la domanda contenuta nell'atto di citazione iniziale da un punto di vista formale e sostanziale faccia propendere per la qualificazione della stessa in termini di risoluzione contrattuale e non come dichiarazione di recesso con conseguente diritto alla ritenzione della caparra o alla sua restituzione del doppio, la somma consegnata a titolo di caparra al momento della conclusione del preliminare perde la funzione di quantificazione in via preventiva del danno nei limiti dell'importo convenzionalmente stabilito ed è quindi ricollegabile agli effetti propri della risoluzione negoziale; pertanto è da intendersi quale garanzia della pretesa risarcitoria o acconto di quanto spetta alla parte non inadempiente a titolo di anticipo dei danni da accertare e liquidare in sede di giudizio, secondo quanto previsto dall'art. 1223 c.c.). È invece legittima la scelta di domandare in giudizio il recesso dal contratto di compravendita anche quando in precedenza sia stata prospettata stragiudizialmente la volontà di risoluzione (Cass. n. 26206/2017). Inoltre l'incompatibilità in questione riguarda, secondo la giurisprudenza di legittimità, esclusivamente la domanda di risarcimento del danno e quella di conseguimento del doppio della caparra versata ad opera della parte adempiente: pertanto, il promissario acquirente di un contratto preliminare di vendita, dopo avere inutilmente formulato, nei confronti del promittente venditore, diffida ad adempiere, ed aver instaurato il conseguente giudizio per l'accertamento dell'avvenuta risoluzione di diritto del contratto, ben può, ove non abbia contestualmente avanzato richiesta di risarcimento ai sensi dell'art. 1453 c.c., instare per il semplice conseguimento del doppio della caparra versata, secondo la previsione dell'art. 1385 c.c. e sul presupposto della risoluzione di diritto verificatasi ex art. 1454 c.c. (Cass. n. 25623/2017). In ogni caso, sebbene nei contratti nei quali è prevista la consegna di una somma di denaro a titolo di caparra confirmatoria, l'azione di recesso e di ritenzione della caparra e l'azione di risoluzione e di risarcimento del danno, previste rispettivamente dall'art. 1385, comma 2 e 3 c.c., sono strutturalmente e funzionalmente incompatibili tra loro, tuttavia, nell'esercizio dei suoi poteri di qualificazione della domanda, il giudice può convertire in azione di recesso la domanda di risoluzione contrattuale a prescindere dal nomen iuris utilizzato dalla parte (Trib. Arezzo 1° luglio 2015, n. 777) Applicazioni giurisprudenzialiLa caparra confirmatoria, sebbene più congeniale al contratto preliminare, non è incompatibile col contratto definitivo, quando l'esecuzione di una prestazione sia differita ad un momento successivo alla conclusione del contratto medesimo, in tal caso la pattuizione della caparra essendo irrilevante, quindi, per affermare la natura preliminare, anziché definitiva, del contratto (Cass. n. 17401/2014). L'inadempimento di non scarsa importanza della parte promittente venditrice agli obblighi inerenti la garanzia convenzionale prestata, legittima i promissari acquirenti all'esperimento del rimedio generale di cui all'art. 1385, comma 2 c.c. (Trib. Lucca 13 aprile 2018, n. 612). La domanda di risoluzione del contratto preliminare di vendita per inadempimento del promittente venditore, che abbia omesso di comunicare al promissario la presenza di gravami insistenti sul bene oggetto del contratto, risulta accoglibile quando parte convenuta non fornisca la prova contraria della sua condotta colpevole, non contestando in alcun modo l'esistenza di detti gravami ed anzi ammettendo di esserne stata a conoscenza: detta risoluzione è riqualificabile come recesso giustificato dall'inadempimento colpevole ex art. 1385, c.c. 1 e 2 c.c. (Trib. Modena II, 7 gennaio 2016). Nel caso di contratto preliminare di vendita di un bene oggetto di comproprietà indivisa, si presume, salvo che risulti il contrario dal contratto, che le parti lo abbiano considerato come un unicum inscindibile, e che le singole manifestazioni di volontà provenienti da ciascuno dei contraenti siano prive di specifica autonomia e destinate a fondersi in un'unica dichiarazione negoziale, in quanto i promittenti venditori si pongono congiuntamente come un'unica parte contrattuale complessa. Pertanto, la decisione di uno dei due promittenti venditori, costituenti la parte complessa promittente la vendita, di non tenere fede all'impegno assunto con il contratto preliminare, concreta un grave inadempimento imputabile alla parte venditrice «complessa», rendendo così legittimo, per i promissari acquirenti, l'esercizio del rimedio previsto dall'art. 1385, comma 2 c.c. (Trib. Lucca 31 gennaio 2014, n. 188). La somma di denaro che, all'atto della conclusione di un contratto preliminare di compravendita, il promissario acquirente consegna al promittente venditore a titolo di caparra confirmatoria, assolve la funzione, in caso di successiva risoluzione del contratto per inadempimento, di preventiva liquidazione del danno per il mancato pagamento del prezzo, mentre il danno da illegittima occupazione dell'immobile, frattanto consegnato al promissario, discendendo da un distinto fatto illecito, costituito dal mancato rilascio del bene dopo il recesso dal contratto del promittente, legittima quest'ultimo a richiedere un autonomo risarcimento (cfr. Cass. n. 19403/2016, per la quale ne consegue che il promittente venditore ha diritto non solo a recedere dal contratto ed ad incamerare la caparra, ma anche ad ottenere dal promissario acquirente inadempiente il pagamento dell'indennità di occupazione dalla data di immissione dello stesso nella detenzione del bene sino al momento della restituzione, attesa l'efficacia retroattiva del recesso tra le parti). In tema di diritto alla ripetizione di caparra confirmatoria prestata in relazione ad una proposta inefficace d'acquisto di un immobile, la circostanza secondo cui il potenziale acquirente abbia acquistato un diverso immobile da una persona diversa ed a prezzo inferiore costituisce una condotta scorretta dello stesso in una fase come quella delle trattative, improntata al principio di buona fede, restando peraltro detto fatto irrilevante, in quanto non può interagire con la domanda restitutoria avanzata dal potenziale acquirente, avendo potuto fondare, al più, un'autonoma e distinta domanda risarcitoria per responsabilità precontrattuale, attivabile anche in via riconvenzionale, ma non identificarsi con una circostanza impeditiva, modificativa o estintiva della pretesa, essendo questa fondata su un pagamento divenuto indebito a seguito della mancata conclusione del contratto definitivo di compravendita (Trib. Perugia I, 7 marzo 2018, n. 358). In materia di inadempimento al preliminare di vendita di immobile, la mancanza di certificato di abitabilità dell'immobile — requisito giuridico essenziale del bene compravenduto — alla data fissata per la stipula del rogito notarile costituisce fatto impeditivo del trasferimento della proprietà dal prominente venditore al promissario acquirente, nonché inadempimento grave, e legittima la risoluzione del contratto preliminare e la condanna del promittente venditore al pagamento del doppio della caparra (Trib. Bari III, 9 marzo 2017, n. 1292). Ricorrono i presupposti per la concessione del sequestro conservativo in relazione alla domanda di restituzione della somma versata a titolo di caparra confirmatoria, nel caso in cui l'accipiens abbia esercitato il recesso dal contratto illegittimamente, ossia a fronte di un inadempimento privo del requisito di non scarsa importanza e, nel corso del giudizio, sia stato alienato il bene oggetto del contratto, in relazione al quale era stata corrisposta la caparra (Trib. Foggia 1° dicembre 2014, in Foro it., 2015, I, 1040, con nota di Macario). La natura di mero accertamento dell'azione comporta che della legittimità del recesso intimato ai sensi dell'art. 1385, comma 2 c.c. ben possa conoscere, sia pure incidenter tantum, anche il giudice fallimentare richiesto dell'ammissione al passivo del credito, conseguente al recesso medesimo, di restituzione del doppio della caparra (Cass. n. 10087/2015). In tema d'IVA, il versamento di una caparra confirmatoria a corredo di un preliminare di vendita, rimasto inadempiuto, non determina l'insorgenza del presupposto impositivo, in quanto assolve una funzione di risarcimento forfettario del danno e non di anticipazione del corrispettivo (Cass. n. 10306/2015).. BibliografiaBellante, La caparra, Milano, 2008; Bianca, Dell'inadempimento delle obbligazioni, in Galgano (a cura di), Comm. S.B., IV, Bologna-Roma, 1979, 54 ss. e 163 ss.; Cherti, L'importanza dell'inadempimento nel recesso mediante caparra, in Contratti, 2015, 450 ss.; Cubeddu, L'importanza dell'inadempimento, Torino, 1995, 179; Lucchini Guastalla, Caparra confirmatoria recesso e risoluzione del contratto, in Riv. dir. civ. 2009, 344 ss.; Luminoso, in Della risoluzione per inadempimento, in Galgano (a cura di), Comm. 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