Codice Civile art. 1353 - Contratto condizionale.

Gian Andrea Chiesi
aggiornata da Nicola Rumìne

Contratto condizionale.

[I]. Le parti possono subordinare l'efficacia o la risoluzione del contratto o di un singolo patto a un avvenimento futuro e incerto [1757, 2659 2].

Inquadramento

Il contenuto del contratto è rappresentato dall'insieme di clausole che, complessivamente considerate, fissano le regole operative dell'accordo. Da un puto di vista classificatorio, in particolare, le clausole possono essere esplicite (relativamente alle quali le parti hanno espressamente convenuto) o implicite (che, pur essendo al di fuori della diretta previsione delle parti, fanno comunque parte del regolamento contrattuale) ed a tale distinzione fa riferimento l'art. 1374 c.c.

Nella prima tipologia di clausole rientrano la condizione, il termine e l'onere, anche noti come elementi accidentali del negozio, nel senso la loro previsione non è essenziale per la validità o efficacia del contratto, trattandosi di elementi estranei alla sua struttura tipica: cionondimeno, ove siano apposti, termine, condizione e modus assurgono ad elementi essenziali e vanno, pertanto, rispettati.

In particolare, la condizione rappresenta l'evento futuro e incerto al quale le parti subordinano il prodursi (condizione sospensiva) o la cessazione degli effetti (condizione risolutiva) di un contratto o di un singolo patto contenuto in quest'ultimo: in sostanza, il contratto è perfettamente valido, ma il fenomeno condizionale incide sull'efficacia di esso o di un singolo patto. L'evento, come detto, deve essere futuro ed incerto: sicché occorre che esso non si sia ancora verificato e, soprattutto, che si ignori se esso mai si verificherà; d'altra parte, se l'evento fosse certo, si avrebbe la diversa ipotesi di termine (dies certus an et quando o certus an et incertus quando).

La condizione, oltre che riguardare un evento con le caratteristiche predette, deve altresì essere lecita e possibile: si occupa di tali profili l'art. 1354 c.c. che disciplina le conseguenze derivanti dalla previsione, con riferimento all'intero contratto (commi 1 e 2) ovvero ad un singolo patto nello stesso contenuto (comma 3), di una condizione illecita o impossibile, distinguendo il relativo regime in base alla natura sospensiva o risolutiva della condizione apposta

Le possibili classificazioni

Come anticipato, la condizione rappresenta l'evento futuro e incerto al quale le parti subordinano il prodursi o la cessazione degli effetti di un contratto o di un singolo patto contenuto in quest'ultimo: si discorre, nel primo caso, di condizione sospensiva e, nel secondo, di condizione risolutiva.

Ove all'esito dell'interpretazione negoziale residui il dubbio sulla natura della condizione contemplata in contratto, parte della dottrina (Rescigno, 793), facendo applicazione del principio di conservazione, ritiene che alla condizione vada attribuita natura sospensiva; del pari, altra dottrina evidenzia come l'espressione «a condizione» sarebbe indicativa, nel linguaggio comune, di una riserva sospensiva, alla quale viene subordinata la proposizione linguistica principale (Bianca, 514).

Per qualificare una condizione come sospensiva o risolutiva occorre avere riguardo, piuttosto che alle determinazioni delle parti, alla disciplina che le stesse abbiano dato dello stato di pendenza. L'accertamento costituisce un'indagine di merito, incensurabile in sede di legittimità, se condotta nel rispetto delle regole che disciplinano l'interpretazione dei contratti (Cass. III, n. 1547/2019).

In relazione a tale classificazione è possibile, in linea generale, distinguere tre diversi momenti del negozio, collegati alla previsione di una clausola condizionale e, precisamente, quello di pendenza della condizione (condicio pendet), finché l'evento non si sia verificato, quello di avveramento della condizione (condicio existit), allorché l'evento futuro ed incerto si realizza ed, infine, quello di mancanza della condizione (condicio deest) allorché l'evento non si verifica o si ha la certezza che esso non si verificherà.

L'avvenimento futuro ed incerto condizionante l'efficacia del contratto può essere indipendente dalla volontà delle parti (cd. condizione casuale) ovvero, al contrario, può dipendere dalla volontà di una di esse (cd. condizione potestativa): se, rispetto a quest'ultima categoria, si ritengono valide ed efficaci a) la condizione sospensiva potestativa — dipendente, cioè, dal futuro comportamento volontario di una delle parti — ovvero b) la condizione mista — dipendente tanto dalla volontà delle parti, quanto da un elemento casuale (quale potrebbe essere l'intervento di un terzo) — è invece c) nullo il contratto con condizione sospensiva meramente potestativa — consistente, cioè, nel mero arbitrio di una delle parti (cfr. l'art. 1355 c.c.).

Il fondamento di tale classificazione e dell'illustrato regime giuridico va rinvenuto nella considerazione per cui, diversamente opinando, una parte sostanzialmente resterebbe in balia dell'arbitrio dell'altro contraente, mancando la volontà attuale di disporre di un diritto o di assumere un'obbligazione. In ciò, peraltro, va ravvisata la differenza rispetto alla condizione sospensiva potestativa «semplice», laddove la volontà di disporre del diritto c'è, è attuale, ma è, per l'appunto, condizionata.

Chiarisce in proposito la Cass. III, n. 18239/2014 che la condizione è «meramente potestativa» quando consiste in un fatto volontario il cui compimento o la cui omissione non dipende da seri o apprezzabili motivi, ma dal mero arbitrio della parte, svincolato da qualsiasi razionale valutazione di opportunità e convenienza, sì da manifestare l'assenza di una seria volontà della parte di ritenersi vincolata dal contratto, mentre si qualifica «potestativa» quando l'evento dedotto in condizione è collegato a valutazioni di interesse e di convenienza e si presenta come alternativa capace di soddisfare anche l'interesse proprio del contraente, soprattutto se la decisione è affidata al concorso di fattori estrinseci, idonei ad influire sulla determinazione della volontà, pur se la relativa valutazione è rimessa all'esclusivo apprezzamento dell'interessato.

Secondo Cass. III, n. 6535/2024 è ammissibile la condizione di adempimento apposta a un contratto, la quale non è meramente potestativa, dato che la scelta di adempiere (o meno) non dipende dal mero arbitrio del debitore, ma è l'esito di una ponderazione di vantaggi e svantaggi, subordina l'efficacia del contratto a un evento incerto (l'adempimento, inteso come fatto, non già quale obbligo), atteso che la parte obbligata ad adempiere potrebbe comunque decidere di restare inadempiente, e non incide sul momento programmatico del contratto ma su quello esecutivo, giacché il negozio, perfezionato ed efficace nel suo contenuto, è soggetto a condizione solo rispetto alla sua esecuzione. Nello stesso senso Cass. I, n. 23028/2023 Cass. III, n. 7200/2025 ha però escluso che alla condizione di adempimento possa applicarsi l'art. 1359 c.c., sulla finzione di avveramento della condizione medesima.

Ancora, la condizione può essere positiva, quando l'evento sia costituito da una modificazione dello stato di fatto attuale al momento della conclusione del contratto, o negativa, quando l'evento consista nel permanere immutato dello stesso.

La condizione, infine, può essere cumulativa, quando l'efficacia del contratto dipenda da più avvenimenti futuri e incerti, o alternativa, quando i diversi avvenimenti dedotti in condizione siano tra essi alternativi; ovvero, per concludere, bilaterale, quando sia prevista nell'interesse di entrambe le parti, o unilaterale, quando sia prevista nell'interesse esclusivo di una delle parti.

A tale ultimo riguardo, una parte della dottrina ha rilevato che la categoria della condizione unilaterale non avrebbe autonomia giuridica in quanto, da un lato, non sempre la regola che subordina un effetto giuridico ad un dato di fatto nell'interesse di una parte facoltizza la parte stessa ad invocare o non invocare a suo piacimento l'evento, quando questo è avvenuto; dall'altro, l'interesse di una parte affinché, verificatosi un fatto, ne nasca una certa conseguenza può avere due diversi gradi di tutela: può succedere che la conseguenza operi solo se invocata dall'interessato; ma può anche accadere che la conseguenza operi in modo automatico (Sacco, De Nova, 148).

Al contrario riconosce autonoma rilevanza alla condizione unilaterale la giurisprudenza, per la quale la condizione può ritenersi apposta nell'interesse di una sola parte soltanto in presenza di un'espressa previsione contrattuale ovvero quando vi siano una serie di elementi che nel loro complesso inducano a ritenere che si tratti di condizione alla quale l'altra parte non abbia alcun interesse, non potendo desumersi l'unilateralità dal semplice fatto che una sola delle parti può essere interessata al verificarsi o meno dell'evento dedotto in condizione (Cass. n. 19146/2004)

I negozi condizionali

La condizione può essere apposta a qualsiasi atto giuridico o mero atto, salvo a quelli per i quali la legge esclude espressamente l'apposizione della condizione: in tali ipotesi (si discorre di actus legittimi), la clausola condizionale è nulla ovvero rende nullo l'intero negozio.

I negozi insuscettibili di essere «condizionati» sono esclusivamente quelli esclusi da una specifica previsione normativa (Cass. II, n. 2412/1982).

Quanto, poi, agli atti unilaterali, si distingue tra atti in senso stretto e negozi giuridici, poiché in linea di principio la condizione non può essere apposta ai primi ma può essere apposta ai secondi, salvo il limite rappresentato dalla tutela della certezza del destinatario circa il perdurare del rapporto, ove si tratti di negozio modificativo o estintivo del rapporto (Rescigno, 790), ovvero fatta salva la compatibilità della condizione con le specifiche caratteristiche dell'atto negoziale e gli interessi perseguiti (Maiorca, 325).

Esistono, infine, contratti tipicamente condizionati, in cui la condizione costituisce non già elemento accidentale ma vero e proprio elemento essenziale dello stesso tipo negoziale, come nel caso della vendita con patto di riscatto, la vendita a prova, la vendita con riserva di proprietà

Clausola condizionale espressa e tacita

La clausola condizionale è normalmente espressa, sebbene si ritenga comunemente che possa risultare anche da fatti concludenti, qualora la legge non richieda che la clausola condizionale sia stabilita in modo espresso ovvero esiga determinate forme di pubblicità per l'introduzione della clausola condizionale.

Affinché possa aversi condizione implicita o tacita è necessario che l'effettiva volontà di subordinare l'efficacia di un negozio al verificarsi di un determinato evento sia univocamente riconoscibile attraverso l'esame e l'interpretazione del contenuto sostanziale del negozio (Cass. III, n. 1803/1970).

Viene ricondotta dalla dottrina alla clausola risolutiva tacita, implicitamente desumibile dal complesso di circostanze oggettive interessanti la formazione e l'esecuzione del contratto (Girino, 783), la cd. presupposizione.

La tesi non ha, però avuto seguito, essendo prevalente la tesi che colloca la presupposizione nell'art. 1467 c.c., quale evento non prevedibile che, verificandosi nel corso del rapporto contrattuale, incide sulla situazione economica originariamente contemplata dai contraenti, consentendo l'esperimento del rimedio della risoluzione per eccessiva onerosità.

In questo senso si pone anche la giurisprudenza di legittimità. Specifica in proposito Cass. II, n. 5460/1993, che la presupposizione postula che una situazione di fatto considerata, ma non espressamente enunciata dalle parti in sede di stipulazione del contratto, venga successivamente mutata dal sopravvenire di circostanze non imputabili alle parti stesse, in modo che l'assetto che costoro hanno dato ai propri interessi si trovi a poggiare su una base diversa da quella in virtù della quale era stato concluso il contratto; per contro, nel caso in cui il mutamento della situazione presupposta sia ascrivibile alle parti stesse, l'eliminazione del vincolo non può trovare giustificazione, né prospettando un conflitto, per definizione inesistente, con la volontà negoziale, né adducendo il rispetto dei principi di correttezza e di buona fede che presiedono alla interpretazione e all'esecuzione dei negozi giuridici. Prosegue, nel medesimo senso, Cass. III, n. 6631/2006, per cui la presupposizione deve intendersi come figura giuridica che si avvicina, da un lato, ad una particolare forma di «condizione», da considerarsi implicita e, comunque, certamente non espressa nel contenuto del contratto e, dall'altro, alla stessa «causa» del contratto, intendendosi per causa la funzione tipica e concreta che il contratto è destinato a realizzare; il suo rilievo resta dunque affidato all'interpretazione della volontà contrattuale delle parti, da compiersi in relazione ai termini effettivi del negozio giuridico dalle medesime stipulato. Deve pertanto ritenersi configurabile la presupposizione tutte le volte in cui, dal contenuto del contratto, si evinca che una situazione di fatto, considerata, ma non espressamente enunciata dalle parti in sede di stipulazione del medesimo, quale presupposto imprescindibile della volontà negoziale, venga successivamente mutata dal sopravvenire di circostanze non imputabili alle parti stesse, in modo tale che l'assetto che costoro hanno dato ai loro rispettivi interessi venga a trovarsi a poggiare su una base diversa da quella in forza della quale era stata convenuta l'operazione negoziale, così da comportare la risoluzione del contratto stesso ai sensi dell'art. 1467 c.c.

Ove, poi, il negozio cui è apposta sia formale, la clausola deve soddisfare gli stessi requisiti di forma eventualmente prescritti dalla legge per il contratto cui accede e deve essere apposta contestualmente alla sua stipulazione, altrimenti risolvendosi in una rinnovazione del negozio (Maiorca, 326).

La conclusione è avallata dalla giurisprudenza di legittimità, per cui la condizione deve risultare da atto scritto qualora inerisca ad un contratto per il quale la legge richiede la forma scritta (Cass. II, n. 1219/1993)

La condicio iuris

Alla condizione in senso proprio (o di fatto) si contrappone la cd. condizione legale o impropria (condicio iuris), che si riferisce all'ipotesi in cui la subordinazione dell'efficacia del contratto all'avveramento futuro e incerto non dipenda dalla volontà delle parti, ma da una previsione di legge, ovvero costituisca un requisito essenziale o un presupposto logico, senza il quale il contratto non esiste.

La condicio iuris trova fonte nell'ordinamento giuridico sicché esula dall'autonomia negoziale, nel senso che il suo mancato definitivo avveramento rende irrimediabilmente inefficace il contratto, indipendentemente dalla volontà delle parti; nondimeno le parti possono assumere l'evento consistente nella condicio iuris, che è un requisito necessario di efficacia del negozio, alla stessa stregua di una condicio facti, assoggettando la prima a regolamentazione pattizia, pur non potendola superare o eliminare in forza di successivi accordi o per loro inerzia (Cass. n. 2863/2006).

Secondo una prima ricostruzione, la condizione legale in realtà non è una condizione in senso proprio (Sacco, De Nova, 293), con conseguente esclusione della relativa disciplina e, in specie, degli artt. 1359 e 1360 c.c. (Bianca, 534); per una diversa opinione, invece, la condizione volontaria e quella legale sarebbero due species di un unico genus (Falzea, 126).

La giurisprudenza di legittimità ritiene comunque applicabile alla condizione legale l'art. 1358 c.c. nonché il rimedio della risoluzione per inadempimento (Cass. II, n. 2875/1992; Cass. I, n. 13469/2010)..

Bibliografia

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