Codice Civile art. 1458 - Effetti della risoluzione.

Cesare Taraschi

Effetti della risoluzione.

[I]. La risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto retroattivo tra le parti, salvo il caso di contratti ad esecuzione continuata o periodica, riguardo ai quali l'effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite [1360 2].

[II]. La risoluzione, anche se è stata espressamente pattuita [1456], non pregiudica i diritti acquistati dai terzi, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di risoluzione [1467, 2652 n. 1; 165 trans.].

Inquadramento

Gli effetti della risoluzione retroagiscono tra le parti sino al momento della stipulazione del contratto risolto, salvo che non si tratti di contratti ad esecuzione continuata o periodica. In questi ultimi, gli effetti risolutivi non si estendono alle prestazioni già eseguite (Bigliazzi Geri, Breccia, Busnelli, Natoli, 873). La norma in esame si applica anche nelle ipotesi di risoluzione per impossibilità sopravvenuta (art. 1463 c.c.) e per eccessiva onerosità (art. 1467 c.c.) (Mirabelli, 632).

Precisamente, la risoluzione produce due effetti tra le parti: quello liberatorio delle prestazioni ancora da eseguire, che non saranno più dovute, e quello recuperatorio delle prestazioni già eseguite, che dovranno essere restituite o rimborsate (Dalmartello, 144; Mirabelli, 631). Infatti, la retroattività degli effetti della risoluzione implica che le attribuzioni patrimoniali già eseguite perdano il loro originario fondamento giustificativo, sicché sorge un reciproco obbligo di restituzione in ragione della domanda delle parti a ciò rivolta. L'effetto recuperatorio comporta l'applicabilità della disciplina sulla ripetizione dell'indebito (Bianca, 1994, 290, Sacco, De Nova, in Tr. Res., 1988, 514). Per l'effetto dovrà essere distinta la posizione della parte fedele dalla posizione della parte inadempiente. La restituzione ha ad oggetto le stesse cose ricevute in esecuzione del contratto risolto (Bianca, 1994, 291). In base ad un primo orientamento, ove non sia possibile la restituzione delle prestazioni ricevute, non si può chiedere la risoluzione, salvo che non sia ammissibile la prestazione dell'equivalente (Mirabelli, 632) o che l'impossibilità della restituzione derivi da caso fortuito (Auletta, 473). Secondo altra impostazione, in presenza dei presupposti della risoluzione, la relativa domanda può essere sempre avanzata, anche quando la restituzione non sia possibile, poiché quest'ultima non rappresenta una condizione dell'azione di risoluzione (Dalmartello, 145; Sacco, De Nova, cit., 514).

Anche la giurisprudenza assume che la sentenza di risoluzione per inadempimento, con riguardo alle prestazioni da eseguire, produce un effetto liberatorio ex nunc e, rispetto alle prestazioni già eseguite, un effetto recuperatorio ex tunc, ad eccezione dei contratti ad esecuzione continuata o periodica (Cass. II, n. 16077/2020; Cass. I, n. 6911/2018; Cass. III, n. 4442/2014; Cass. III, n. 4604/2008; Cass. II, n. 18518/2004). Per effetto della risoluzione si verifica per ciascuno dei contraenti, ed indipendentemente dall'imputabilità dell'inadempienza, rilevante ad altri fini, una totale restitutio in integrum e, pertanto, tutti gli effetti del contratto vengono meno e con essi tutti i diritti che ne sarebbero derivati e che si considerano come mai entrati nella sfera giuridica dei contraenti stessi (Cass. II, n. 27640/2018 e Cass. I, n. 3455/2015, in tema di appalto; Cass. II, n. 12468/2004; Cass. II, n. 7470/2001). In relazione alle prestazioni già eseguite, quindi, sorge, per l'accipiens, il dovere di restituzione, anche se le prestazioni risultino ricevute dal contraente non inadempiente. Se tale obbligo restitutorio ha per oggetto somme di denaro, il ricevente è tenuto a restituirle maggiorate degli interessi calcolati dal giorno della domanda di risoluzione e non da quello in cui la prestazione pecuniaria venne eseguita dall'altro contraente (Cass. I, n. 9631/2023; Cass. I, n. 6911/2018). Il principio sancito dalla norma si applica anche ove vi sia una pluralità di contratti ad esecuzione istantanea che si ricolleghino tutti ad un unico complesso rapporto (Cass. II, n. 5626/1984). La norma in esame non si applica, però, alla risoluzione del contratto per mutuo dissenso, poiché, in tal caso, il ripristino dello status quo ante può discendere solo da un'espressa previsione negoziale (Cass. II, n. 5065/1993).

La naturale impossibilità della reintegrazione specifica delle posizioni giuridiche anteriori al contratto, dovuta al perimento della res, non è ostativa all'esperibilità dell'azione di risoluzione per inadempimento, ma comporta esclusivamente l'obbligo, per il giudicante che dichiari la risoluzione contrattuale, di pronunciare sentenza di reintegrazione patrimoniale per equivalente pecuniario, in base al principio pretium succedit in locum rei (Cass. II, n. 10256/1997).

Secondo parte della giurisprudenza, nel caso in cui l'edificazione sul suolo altrui sia il risultato di un'obbligazione contrattuale (come nell'appalto), gli effetti restitutori conseguenti alla risoluzione del contratto sarebbero governati dall'art. 1458 c.c. e le restituzioni andrebbero soddisfatte, ove possibile, in natura (ad es. ricorrendo alle disposizioni in materia di accessione) o per equivalente monetario (Cass. II, n. 740/2012). Qualora il contratto d'appalto sia stato risolto in corso d'opera a fronte della totale inadeguatezza dei lavori, l'appaltatore può ottenere, sotto forma di restituzione per equivalente, un compenso per la parte eseguita, ma nel limite in cui la stessa sia stata correttamente realizzata ed attribuisca, perciò, un vantaggio al committente (Cass. II, n. 27640/2018; Cass. II, n. 16291/2012).

L'effetto retroattivo si sostanzia nel fatto che la risoluzione toglie valore alla causa giustificativa delle attribuzioni patrimoniali già effettuate, mentre l'obbligo delle reciproche restituzioni nasce solo con la sentenza che le dispone all'esito della corrispondente domanda di parte, non essendo un effetto automatico della risoluzione atteso che rientra nell'autonomia delle parti disporre degli effetti della risoluzione, chiedendo meno, anche in un successivo e separato giudizio, la restituzione della prestazione rimasta senza causa (Cass. II, n. 28722/2022; Cass. II, n. 24915/2022; Cass. I, n. 32521/2018Cass. III, n. 2075/2013; Cass.,S.U., n. 14828/2012; Cass. I, n. 2439/2006; Cass. II, n. 20257/2005). Il giudice non può, quindi, emettere d'ufficio il provvedimento restitutorio (Cass. II, n. 4928/2022).

La domanda con la quale una parte chiede la restituzione di un bene, in conseguenza della risoluzione del contratto di compravendita, non ha natura reale ma personale, sicché, con il foro generale delle persone fisiche di cui all'art. 18 c.p.c., concorre il foro facoltativo previsto dall'art. 20 c.p.c. (Cass. III, n. 18554/2007; Cass. II, n. 8796/2000; Cass. II, n. 8364/1987)

Gli effetti retroattivi della risoluzione tra le parti

La retroattività degli effetti della risoluzione è obbligatoria e non reale, poiché opera esclusivamente tra le parti e non nei confronti dei terzi. Infatti, la norma precisa che i terzi sono tutelati anche se la risoluzione sia stata espressamente pattuita (Bigliazzi Geri, Breccia, Busnelli, Natoli, 873). Secondo altro orientamento, si tratta di un'ipotesi di retroattività reale relativa, poiché non si estende ai terzi (Mirabelli, 633).

Nei rapporti tra le parti, non solo devono essere restituite le prestazioni in natura ricevute al momento del perfezionamento del contratto ovvero il loro equivalente in denaro, ma sono dovuti anche gli interessi e i frutti. Devono essere anche rimborsate le somme necessarie per il ripristino dei deterioramenti subiti nonché le spese sostenute per i miglioramenti eseguiti sui beni oggetto di restituzione (Belfiore, 1329). Secondo altra tesi, il diritto al rimborso riguarda le spese fatte per le riparazioni straordinarie, mentre è dovuta un'indennità relativa ai miglioramenti, pari alla minor somma tra l'importo speso e il valore del miglioramento (Bianca, 1994, 295). Le spese ordinarie sono invece rimborsabili solo in presenza dell'obbligo di restituzione dei frutti (Bianca, 1994, 295). Tuttavia, ove il rimborso attenga alla parte fedele, si ritiene che esso dovrà avvenire nei limiti dell'arricchimento conseguito, in applicazione dell'art. 2037, comma 3, c.c. (Bianca, 1994, 293). La restituzione di prestazioni pecuniarie integra un debito di valuta (Mirabelli, 633). Anche sul punto si applicano le norme sulla ripetizione dell'indebito, con la conseguenza che gli interessi e i frutti saranno dovuti dal giorno del pagamento, ove la restituzione sia a carico del contraente inadempiente, per definizione in mala fede, e dal giorno della domanda, ove la restituzione sia a carico del contraente fedele, per definizione in buona fede (Sacco, De Nova, in Tr. Res., 1988, 515). Dubbia è però l'applicabilità, tra le norme che regolano la ripetizione dell'indebito, di quelle che riguardano i rapporti con i terzi, come l'art. 2038 c.c. (Dalmartello, 147). In senso contrario si rileva che gli interessi e i frutti sono dovuti in ogni caso a decorrere dalla proposizione della domanda, poiché l'obbligo restitutorio non ha funzione risarcitoria, altrimenti la parte non inadempiente otterrebbe vantaggi superiori a quelli che avrebbe ottenuto se il contratto avesse avuto regolare esecuzione (Luminoso, Carnevali, Costanza, in Comm. S.B., 1990, 409).

Anche la giurisprudenza rileva che il venir meno ex tunc del vincolo contrattuale rende privo di causa il pagamento già eseguito in forza del contratto successivamente risolto, ma appunto per questo impone di far capo ai principi sulla ripetizione dell'indebito per qualificare giuridicamente la pretesa volta ad ottenere la restituzione di quel pagamento; e, in materia di indebito oggettivo, il debito dell'accipiensa meno che questi sia in mala fede — produce interessi (compensativi: Cass. II, n. 447/1991) solo a seguito della proposizione di un'apposita domanda giudiziale, non essendo sufficiente un qualsiasi atto di costituzione in mora del debitore (Cass. II, n. 25847/2008; Cass. I, n. 17558/2006; contra Cass. I, n. 22852/2015, Cass. L, n. 7586/2011, secondo cui l'espressione «domanda» di cui all'art. 2033 c.c. non va intesa come riferita esclusivamente alla domanda giudiziale ma ha valore di atto di costituzione in mora, che, ai sensi dell'art. 1219 c.c., può anche essere stragiudiziale). Tuttavia, la parte cui è addebitabile l'inadempimento è tenuta a restituire le somme ricevute con gli interessi legali, dovuti come frutto civile del denaro, a decorrere dal giorno in cui le somme le furono consegnate dall'altro contraente (Cass. III, n. 19659/2014). Si è ritenuto, peraltro, che il diritto alla corresponsione degli interessi non presupponga un'espressa statuizione in proposito del giudice (Cass. II, n. 3748/1975). Unitamente alla cosa devono essere restituiti anche i frutti percepiti, a decorrere dal giorno dell'ottenuta disponibilità (Cass. II, n. 4465/1997). Nel caso di risoluzione di un contratto preliminare di vendita per inadempimento del promittente venditore, si determina l'obbligo del promissario acquirente di corrispondere l'equivalente pecuniario dell'uso e del godimento del bene negoziato, che gli sia stato consegnato anticipatamente, per il tempo compreso tra la consegna e la restituzione del medesimo (Cass. II, n. 28381/2017).

Qualora la cosa sia andata distrutta o risulti deteriorata, la parte non inadempiente ha diritto ad ottenere una somma pari al più alto valore della cosa all'epoca della prestazione (Cass. I, n. 9579/1992). Di recente, si è statuito che, ove si verta nel caso di restituzione di una cosa determinata della quale sia impossibile la riconsegna, l'obbligo dell'accipiens risulta disciplinato dall'art. 2037 c.c., sicché, ove sia in malafede nel ricevere o trattenere il bene, questi è tenuto a corrispondere il controvalore, mentre nell'opposta situazione di buona fede è obbligato nei soli limiti del suo arricchimento (Cass. III, n. 18185/2014).

L'obbligo restitutorio relativo all'originaria prestazione pecuniaria, anche in favore della parte non inadempiente, ha natura di debito di valuta, come tale non soggetto a rivalutazione monetaria, se non nei termini del maggior danno ex art. 1224, comma 2 c.c. — da provarsi dal creditore — rispetto a quello soddisfatto dagli interessi legali (Cass. I, n. 32521/2018; Cass. II, n. 14289/2018; Cass. III, n. 5639/2014; Cass. I, n. 7066/2004; Cass. S.U., n. 5391/1995).

Sotto il profilo processuale, la domanda di restituzione della prestazione effettuata, conseguente alla risoluzione del contratto per inadempimento, configura una domanda nuova rispetto a quella di risarcimento del danno che la parte abbia proposto insieme alla domanda di risoluzione, tanto con riferimento alla causa petendi che al petitum (Cass. III, n. 7083/2006). Tuttavia, la facoltà di mutatio libelli di cui all'art. 1453, comma 2 c.c. (ossia la sostituzione della domanda di risoluzione del contratto a quella iniziale di adempimento) si estende alla domanda consequenziale e accessoria di restituzione, la quale può essere proposta nel corso del giudizio purché contestualmente o, in ogni caso, nel medesimo grado di giudizio rispetto alla domanda risolutoria (Cass. II, n. 15461/2016), con la conseguenza che la domanda di restituzione proposta per la prima volta in grado d'appello è inammissibile, in quanto domanda nuova (Cass. II, n. 28722/2022). Inoltre, con la sentenza di risoluzione di un contratto e di condanna alla restituzione del bene che ne aveva costituito oggetto, il giudice non può fissare un termine per la consegna del bene, in quanto una tale previsione si traduce nell'illegittimo differimento della provvisoria esecutività della sentenza in relazione al capo di condanna alle restituzioni (Cass. II, n. 4604/1999)

Gli effetti della risoluzione nei contratti ad esecuzione continuata o periodica

La norma esclude che gli effetti della risoluzione retroagiscano nei contratti ad esecuzione continuata o periodica. Si intende fare riferimento ai contratti in cui la continuità o periodicità non solo esiste per entrambe le parti, ma si realizza in modo che sia costantemente attuato l'equilibrio sinallagmatico tra prestazione e controprestazione (Dalmartello, 148). Ove l'una prestazione non sia proporzionale all'altra, si sostiene che si debba dar luogo ad una restituzione parziale (Dalmartello, 148; Mirabelli, 634). Pertanto, il principio della irretroattività degli effetti della risoluzione opera solo in quei contratti in cui l'esecuzione ha luogo per coppie di prestazioni, da eseguirsi contemporaneamente. Invece, quando vi sia un'esecuzione continuata o periodica solo unilaterale, poiché l'altra parte ha già adempiuto anticipatamente per l'intero o è tenuta a farlo in via posticipata, torna ad applicarsi il principio di retroattività (Dalmartello, 148; Mirabelli, 634). Questi principi non sono applicabili ai contratti di vendita a consegne ripartite, il cui contenuto è essenzialmente unitario (De Martini, Sulla natura giuridica del contratto di vendita con esclusiva e sulle sue possibili manifestazioni concrete, in Giur. compl. Cass. civ., 1946, II, 671). In senso contrario, altro autore evidenzia che anche in tale tipologia di contratti deve essere applicata analogicamente la regola di irretroattività della risoluzione, poiché, pur non essendo il frazionamento delle consegne in funzione di un interesse periodico del compratore, tuttavia ciascuna consegna vale a soddisfare pro quota e in via definitiva l'interesse del compratore (Bianca, 1994, 303).

Secondo la giurisprudenza, il principio secondo cui gli effetti retroattivi della risoluzione non operano per le prestazioni già eseguite riguarda i contratti ad esecuzione continuata o periodica, ossia soltanto quelli in cui le obbligazioni di durata sorgono per entrambe le parti e l'intera esecuzione del contratto avviene attraverso coppie di prestazioni da realizzarsi contestualmente nel tempo (Cass. I, n. 26806/2013; Cass. I, n. 22521/2011, secondo cui la norma in esame non è applicabile al contratto di associazione in partecipazioneex art. 2549 c.c.; Cass. I, n. 7169/1995). Pertanto, mentre non possono considerarsi compresi nella previsione normativa dell'art. 1458 c.c. quei contratti in cui ad una prestazione periodica o continuativa si contrappone una prestazione istantanea dell'altra parte, debbono esservi ricompresi quei contratti in cui ad una prestazione continuativa se ne contrappone un'altra periodica, poiché in tal caso la corrispettività si riflette su tutte le prestazioni attraverso le quali il contratto riceve esecuzione (Cass. III, n. 3019/1996, in riferimento alla locazione; Cass. I, n. 1824/1980). L'appalto, anche nei casi in cui la sua esecuzione si protragga nel tempo, e fatte salve le ipotesi in cui le prestazioni in esso dedotte attengano a servizi o manutenzioni periodiche, non può considerarsi un contratto ad esecuzione continuata o periodica e, pertanto, non si sottrae, in caso di risoluzione, alla regola generale, dettata dall'art. 1458 c.c., della piena retroattività di tutti gli effetti, anche in ordine alle prestazioni già eseguite (Cass. II, n. 4225/2022; Cass. II, n. 8247/2009); in tal caso, il prezzo delle opere già eseguite può essere liquidato, a seguito della risoluzione del contratto, a titolo di equivalente pecuniario della dovuta restitutio in integrum (Cass. I, n. 22065/2022; Cass. II, n. 15705/2013).

Per prestazioni già eseguite , per le quali non opera l'effetto risolutivo,  si intendono quelle con le quali il debitore abbia pienamente soddisfatto le ragioni del creditore e che risultino conformi al contratto, atteso che solo in tal caso non vi è alcun motivo per travolgere l'intero rapporto anche per la parte regolarmente adempiuta (Cass. II, n. 26862/2019; Cass. III, n. 10383/1998; Cass. II, n. 2753/1989). Inoltre, il fatto che nei contratti di durata l'effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite non significa che abbia diritto alla controprestazione la parte inadempiente, atteso che l'irretroattività della risoluzione concerne le prestazioni eseguite, non quelle ineseguite, non venendo meno l'esigenza di rispetto del sinallagma neppure nella disciplina della risoluzione (Cass. III, n. 22902/2012). La risoluzione parziale del contratto deve ritenersi possibile anche per il contratto ad esecuzione istantanea, ossia quando l'oggetto del contratto sia rappresentato non già da una sola cosa, caratterizzata da una sua unicità non frazionabile, ma da più cose che, pur se separate dal tutto, possano mantenere una propria individualità economico-funzionale  , che le renda definibili come bene a sé, suscettibile di diritti o di negoziazioni distinti (Cass. III, n. 25845/2020; Cass. II, n. 16556/2013; Cass. II, n. 23657/2004, in relazione alla risoluzione del contratto di vendita di tessuti per confezioni limitatamente a quella parte della merce risultata inidonea all'uso per la presenza di vizi).

In particolare, poi, con riguardo alla compravendita di una determinata quantità di merce, da consegnarsi in successive partite entro determinati termini, deve ritenersi possibile la risoluzione parziale del contratto per inadempimento del venditore, che non estenda i suoi effetti alle partite già consegnate, in applicazione analogica dei principi fissati dall'art. 1458, comma 1 c.c. per il caso del contratto ad esecuzione continuata o periodica, quando risulti che ad un frazionamento della quantità corrisponde un frazionamento dell'interesse del compratore adempiente, sicché per la parte eseguita si sia verificata la soddisfazione definitiva del minore interesse del compratore, e costui ne abbia fatto domanda, qualora risulti che il compratore medesimo abbia ricevuto con la parte di merce conseguita un'utilità che, in relazione a quella originariamente perseguita con il contratto stesso, sia apprezzabile (Cass. II, n. 1203/1982; Cass. II, n. 3767/1976; Cass. III, n. 3/1967).

In tema di società di capitali, l'adempimento dei doveri di controllo, gravanti sui sindaci per l'intera durata del loro ufficio, può essere valutato non solo in modo globale e unitario ma anche per periodi distinti e separati, come si desume dalla disciplina generale, contenuta nell'art. 1458, comma 1, c.c., riferita a tutti i contratti ad esecuzione continuata, con la conseguenza che, poiché l'art. 2402 c.c. prevede una retribuzione annuale in favore dei sindaci, è in base a questa unità di misura che l'inadempimento degli obblighi di controllo deve essere confrontato con il diritto al compenso (Cass. VI-I, n. 6027/2021). 

Gli effetti della risoluzione nei confronti dei terzi

I terzi che hanno acquistato in forza del contratto poi risolto acquistano validamente anche se il loro acquisto era a titolo gratuito e anche se erano a conoscenza dell'inadempimento, in quanto il loro acquisto ha luogo a domino.

Quando l'atto risolto abbia ad oggetto beni immobili o mobili registrati, opera il principio di priorità delle trascrizioni. Pertanto, se la domanda di risoluzione sia stata trascritta prima della trascrizione dell'atto di acquisto in favore del terzo, la sentenza che accoglie la domanda di risoluzione prevale sull'acquisto del terzo e gli è opponibile, ai sensi dell'art. 2652, n. 1 c.c. (Dalmartello, 147). Viceversa, ove sia prioritaria la trascrizione dell'atto di acquisto, la sentenza non travolgerà l'acquisto del terzo e non gli sarà opponibile. Il principio vale anche con riguardo alla trascrizione (ovvero all'annotazione) dell'atto stragiudiziale che ha prodotto la risoluzione, come la diffida ad adempiere o la dichiarazione di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa, ovvero alla trascrizione della domanda di accertamento giudiziale della sottoscrizione dell'atto stragiudiziale ovvero di accertamento giudiziale dell'avvenuta risoluzione di diritto (Dalmartello, 148). Nonostante il tenore letterale della norma in esame, la trascrizione della sentenza di risoluzione, non preceduta dalla trascrizione della relativa domanda, rende opponibile l'effetto risolutivo ai terzi che hanno acquistato diritti sulla base di un atto trascritto successivamente alla trascrizione della sentenza risolutiva.

Secondo la giurisprudenza, la pronuncia di risoluzione per inadempimento ha natura costitutiva, sicché nei confronti dei terzi produce effetti solo dal momento del passaggio in giudicato: a ciò consegue, ad es., in caso di preliminare di vendita, che, ove il promissario acquirente abbia ceduto il bene, in virtù di un autonomo titolo, ad un altro soggetto, quest'ultimo, in qualità di occupante dell'immobile, non è tenuto a corrispondere l'indennità di occupazione all'originario promissario venditore per il periodo che precede il passaggio in giudicato della pronuncia di risoluzione del contratto preliminare (Cass. II, n. 24958/2014). In caso di risoluzione degli effetti della sentenza costitutiva di trasferimento della proprietà di un bene immobile, emessa ai sensi dell'art. 2932 c.c., in assenza di trascrizione della domanda giudiziale di risoluzione, restano salvi gli acquisti compiuti dai terzi in base ad atto trascritto o iscritto, non rilevando, ai fini dell'applicazione dell'art. 1458, comma 2, c.c., che non risulti trascritto anche il titolo di acquisto del loro dante causa (Cass. II, n. 13577/2018).

Qualora, invece, il contratto risolto abbia ad oggetto beni mobili non registrati, il terzo deve dimostrare che il suo acquisto ha avuto luogo prima della pronuncia della risoluzione, ossia quando il suo dante causa era ancora proprietario del bene (a domino), benché il terzo non abbia conseguito il possesso del bene né sia stato in buona fede (requisiti richiesti, invece, per l'acquisto a non domino ex art. 1153 c.c.): in tal caso, il terzo farà salvo il suo acquisto (Dalmartello, 146), senza che rilevi la natura onerosa o gratuita dello stesso (Carnevali, Risoluzione per inadempimento, in Comm. Scialoja-Branca, 120). Contro tale potenziale acquisto l'originario alienante può cautelarsi solo stipulando un patto, scritto e con data certa, con cui questi si riserva la proprietà fino al pagamento del prezzo; in tal caso, l'acquisto perfezionato dal terzo sarà a non domino, sicché sarà travolto dalla sentenza di accoglimento della risoluzione, salvo che il terzo dimostri di aver acquistato in buona fede il possesso del bene secondo la regola possesso vale titolo ex art. 1153 c.c., ipotesi in cui la sentenza non sarà opponibile al terzo nonostante la clausola di riserva della proprietà (Dalmartello, 146). Secondo altra tesi, l'acquisto del bene mobile a favore del terzo sarebbe comunque pregiudicato dalla sentenza di accoglimento della risoluzione giudiziale, qualora sia avvenuto successivamente alla domanda di risoluzione (Belfiore, 1333; Bianca, 1994, 301)..

Bibliografia

Auletta, La risoluzione per inadempimento, Milano, 1942; Belfiore, voce Risoluzione del contratto per inadempimento, in Enc. dir., Milano, 1988; Bianca, Diritto civile, V, La responsabilità, Milano, 1994; Bianca, Diritto civile, III, Il contratto, Milano, 1997; Bigliazzi Geri, Breccia, Busnelli-Natoli, Diritto civile, 1.2, Fatti e atti giuridici, Torino, 1990; Boselli, voce Eccessiva onerosità, in Nss. D.I., Torino, 1960; Busnelli, voce Clausola risolutiva espressa, in Enc. dir., Milano, 1960; Dalmartello, voce Risoluzione del contratto, in Nss. D.I., Torino, 1969; Grasso, Eccezione di inadempimento e risoluzione del contratto, Napoli, 1973; Mirabelli, in Comm. UTET, 1984; Mosco, La risoluzione del contratto per inadempimento, Napoli, 1950; Natoli, voce Diffida ad adempiere, in Enc. dir., Milano, 1964; Santoro Passarelli, Dottrine generali del diritto civile, Napoli, rist. 1989; Smiroldo, Profili della risoluzione per inadempimento, Milano, 1982; Tartaglia, voce Onerosità eccessiva, in Enc. dir., Milano, 1980.

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